T’es un bonhomme!

Premio: premio per la sceneggiatura
Artista: Sylvain Certain

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Jacopo Russo 4 mesi fa

Cosa vuol dire oggi diventare non solo un "uomo", ma anche "bravo? Superare le voci della nostra infanzia ed affrontare i propri sentimenti, andando oltre qualsiasi difficoltà e convenzione sociale. Un atto cosi speciale che per manifestarsi ha bisogno di essere spinto dalla rabbia, ben simboleggiata dalla figura di un amico o di un fratello maggiore. E del resto, anche il ricorso al bianco e nero, sembra voler suggerire che non ci sono sfumature o rinvii possibili ma anzi, bisogna affrontare le proprie difficoltà senza sperare in qualche rinvio o mediazione.. Questa sembra essere la risposta del regista, attraverso un gesto cosi eccezionale da dover avvenire all'interno di un tunnel che sembra quasi proteggerlo dallo scorrere della superficiale vita quotidiana. Crescere e diventare un brav'uomo significa tutto questo. . .

Marco Grasso 4 mesi fa

Due fratelli di colore, un ragazzo bianco e una situazione destinata a deflagrare sotto il peso di un rituale di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Premio per la sceneggiatura nel contesto della 12° edizione del Mobile Film Festival, “T’es un bonhomme!” immerge lo spettatore in un Bildungsroman tagliente e dicotomico, racchiuso nella cornice di un singolo minuto. L’articolato sistema di segni adottato da Sylvain Certain coniuga un dualismo ideologico e formale al sovvertimento dello stereotipo, rovesciato insieme alle attese drammaturgiche e culturali dell’astante – abitatore di una realtà manichea e tragicamente contemporanea. Una epifania del sé, quella finale, che si rivela nelle viscere periferiche di una metropoli monocromatica, in cui pregiudizio, insicurezza e timore della diversità lambiscono unicamente la superficie del cemento e dei corpi che lo dimorano.

Francesco De Salvo 4 mesi fa

Due ragazzi di colore, due fratelli (?), uno abbastanza più grande dell'altro per poter assumere un certo atteggiamento , un discorso tra il motivazionale e il severo che sembra richiamare a quello di Al Pacino alla squadra nello storico "Ogni maledetta domenica" o anche a Sylvester Stallone al figlio nel celebre "Rocky Balboa", un tunnel e un ragazzo bianco: questo è lo scenario di "T'es un bonhomme!". Un qualsiasi spettatore, all'inizio, si preparerebbe al peggio: probabilmente una violenza, una rapina, e invece no! Una normalissima dichiarazione d'amore, corrisposta tra le altre cose. Un lieto fine, un abbraccio fra i due ragazzi, il più grande è fiero di lui. CHI L'AVREBBE MAI DETTO!!! In un tempo come il nostro, in cui pare di essere regrediti al paleolitico, risulta più importante che mai guardare cortometraggi come questi con la stessa intensità con cui si guardano le foto della nostra infanzia, al fine di poter rompere pregiudizi che, forse nel medioevo, sarebbero risultati obsoleti, come ad esempio quello che lega i neri alla violenza, al crimine, all'orrore, o più semplicemente, al sentore che "qualcosa di negativo sta per accadere"

Giulia Sara 4 mesi fa

Il corto di Sylvain Certain è tutto incentrato sul ribaltamento comico, e probabilmente non è un caso che sia girato in bianco e nero. In primo luogo, verrebbe da pensare, come metafora dell’atavicamente banale questione razziale. A un livello più sottile, però, questa scelta registica rimanda a tutto un gioco di contrasti: se immaginiamo la realtà come una fotografia, T’es un bonhomme ne è il negativo, un’immagine al contrario dove i bianchi diventano neri e i neri diventano bianchi - in senso letterale ma soprattutto figurato: perché negli ultimissimi secondi di questa breve storia, grazie a un piccolo miracolo retorico, vediamo l’imprevedibile trasformarsi in ovvio, l’impossibile in possibile, e in definitiva, l’odio trasformarsi in amore. Molto buona l’interpretazione degli attori, due giovani ragazzi afro-francesi le cui espressioni e microespressioni ci inducono a credere che si tratti dell’ennesima variazione sul tema bianchi che odiano neri/neri che odiano bianchi - o, per dirla in termini più universali, uomini deboli con la paura del diverso. E invece no. Nonostante il sapiente uso del ralenti che contribuisce a intensificare l’attesa della catastrofe, proprio quando uno dei due si dirige con passo sicuro verso la vittima viso pallido di turno, la Certain ci proietta di colpo in un mondo al contrario, dove “avere le palle” equivale, finalmente, a saper dire ehi fratello, lo sai che tutto sommato mi piaci? - e magari addirittura scoprire che la cosa è reciproca. Tenerissima la scena finale, in cui nonostante l'effetto sorpresa i personaggi riescono a rimanere coerenti e perfettamente nella parte, lasciandoci lì con un sorriso ebete, e gli occhi a cuoricino.

Elsa Naddeo 4 mesi fa

Quando il pregiudizio prende il sopravvento la realtà viene offuscata. La regista Sylvain Certain , in questi pochi secondi, è riuscita a cogliere quel profondo contrasto tra pregiudizio e realtà. Propone una situazione iniziale che grazie allo stereotipo fornito dalla società permette di dedurre una situazione di violenza legata all'uomo di colore che invece sarà ribaltata nella scena finale dove tutte questi concetti stereotipati e pregiudicati vanno a spezzarsi mostrando la realtà dei fatti: l'amore. Perchè i neri non sanno amare, perchè i neri picchiano le persone, perchè i neri non sono gay. Chi l'ha stabilito questo? Il pregiudizio. Quel concetto che ti rende capace di assumere atteggiamenti ingiusti verso persone che in fin dei conti sono proprio come te, se non migliori. Il campo - controcampo serve per stabilire una relazione tra due personaggi creando una certa intesa ed in questo caso, quest'espediente tecnico, manda lo spettatore fuori pista cercando di puntare il suo sguardo sul piccolo ragazzo che deve affrontare il ragazzo bianco ed avverte la minaccia da parte dell'altro ragazzo, che con il suo sguardo deciso, fa confondere l'intenzione di supporto con quella di violenza. Una violenza che si trasforma in amore, quell'amore semplice , genuino, legato ad semplice ''mi piace anche tu'' che porta nello sguardo soddisfatto del ragazzo dichiarato tutta l'innocenza che travolge il suo sentimento. L'abbraccio finale di approvazione tra i due ragazzi esplicita quanto tutta la situazione iniziale non è altro che un fuori pista legato alla concezione sbagliata delle persone. La scelta del bianco e nero dona qualità all'opera rendendola un piccolo capolavoro. Questo contrasto tra bianco e nero che richiama in un certo senso anche il contrasto tra bene e male va proprio a ribaltarsi durante la visione del film, proprio come succede alla storia. Il nero s'innamora del bianco ed il bianco s'innamora del nero,non c'è separazione anzi c'è solamente unione. L'uomo non può essere giudicato dal suo colore della pelle, tutti abbiamo due mani, due piedi, due occhi ed un cuore, L'amore e l'approvazione che emerge da questo corto sono l'atto più semplice che un essere umano può compiere per nobilitare il suo animo.

Lilli Guacci 4 mesi fa

Il campo ed il controcampo. Giudizio e pregiudizio. In camera e in chi guarda. Il viso addosso a leggere i tratti alterati all'inizio. L'ampiezza della prospettiva finale che ci chiude una speranza che si sente fin dai primi secondi della narrazione. Questo corto è crudo come il bianco e nero ed i contrasti con cui è costruito, ma ha la capacità di far mutare lo sguardo e il sentire e il pensare di chi lo incontra. Ci si inciampa dentro, a questa visione, e si rimane con quel senso lì, di sollievo, che si sperava di provare, fin dall'inizio, fin dal primo timore di una nuova, gratuita, violenza. Ben scritto, girato, recitato, editato, molto semplice e molto denso, come una cucchiaiata. Buona visione.

Mariaelena Romeo 4 mesi fa

In una società pluralistica come quella odierna in cui, specialmente negli ultimi mesi, è stato esasperato dai media il pregiudizio nei confronti delle persone di colore, T’es un bonhomme ci invita a guardare cosa ci sia al di là della siepe cavalcando l’esempio di Harper Lee nel capolavoro che l’ha resa celebre negli anni Sessanta. Senza dubbio il focus principale è l’utilizzo del bianco e del nero come unici due colori a sostegno del concetto di contrapposizione che prevale specialmente nella prima parte del corto e che è un’allegoria di quanto accade nella vita reale. Nonostante il mondo sia come un quadro ricolmo di sfumature, non è possibile andare oltre il binomio bianco/nero, è quasi evidente che non esista apparentemente un modo per riuscire ad arginare un classico dei problemi della nostra società: il razzismo. Le sequenze iniziali sono una chiara dimostrazione di quelli che sono i principi sui quali si radica il pregiudizio in materia: due uomini di colore discutono animatamente guardando l’uomo bianco che vuole essere mostrato come probabile vittima di una qualsiasi azione illegale facilmente imputabile ad un immigrato. Eppure, accade qualcosa, un gesto che permette allo spettatore di non abbandonarsi alla presunta indignazione che prova, ma che lo confonde fino a che tutto non si fa più chiaro. I successivi momenti sono di gioia e della stessa consonanza armoniosa che non si evince solo dal bacio, ma dal cambio di atteggiamento del personaggio che volutamente è stato mostrato come aggressivo. L’esclusività è il momento in cui il corto si fa sorprendentemente epocale e ciò risiede proprio nella ridondanza della frase-titolo che viene pronunciata negli ultimi secondi: tu sei un uomo buono. Apparentemente esplicita, essa costituisce però un finale suscettibile a ben più di un’interpretazione. L’uomo risulta buono non solo perché ha avuto il coraggio di dichiarare i propri sentimenti ad un altro uomo denudando il proprio io presumibilmente sopito, ma l’uomo buono è anche l’uomo nero che è esageratamente demonizzato da una società che lo emargina dipingendolo come criminale, delinquente, violentatore e persona incapace di comportarsi diversamente se non da animale. Ed è ecco che Sylvain Certain si abbatte come un’onda su due degli argomenti forieri di controversie morali nell’attualità di ieri così come in quella di oggi: l’omosessualità e il razzismo, entrambi emisferi di uno stesso universo di paura ed ignoranza nei confronti di ciò che erroneamente definiamo diverso. Così come Il buio oltre la siepe, anche T’es un bonhomme è il veicolo di un messaggio forte e ora più che mai importante: Prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l'unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.

Valeria Cobianchi 4 mesi fa

Durezza e gentilezza, l'inizio e la fine di questo corto, sono così ben rappresentati visivamente dalla scelta del bianco e nero da parte dell'autrice. Bianco e nero che si ritrova in tutta la durata della pellicola e suggerisce diversi piani di lettura, come se fossero pensieri suggeriti da portarsi a casa e su cui riflettere. Bianco e nero è la razza dei tre protagonisti, è l'amore che scoppia con tutta la sua forza in adolescenza, è la difficoltà di dichiararsi e di sentirsi omosessuale.

Caterina Castellana 4 mesi fa

Un plauso alla decisione dell'autrice Sylvain Certain di proporre il suo cortometraggio in bianco e nero, in modo da mettere in evidenza ancor più il contrasto e il tema del pregiudizio, alla base di "T'es un bonhomme". Tre protagonisti, tre scene principali. L'inizio, in cui i primi due personaggi hanno un dialogo che introduce quello che accadrà nella scena successiva e che fa presagire determinati comportamenti. L'azione, in cui vi è l'incontro con il terzo personaggio e viene presentata una scena che pone volutamente interrogativi allo spettatore. L'epilogo, in cui viene sovvertita l'idea innestatasi nell'osservatore. Tematica attuale attraverso il messaggio finale trasmesso, che pone la paura e il sospetto cancellati completamente dall'amore.

Francesco Bianchessi 4 mesi fa

Due ragazzi di colore, una città grigia, un rapido movimento di macchina all'indietro, il più anziano fra i due appare nervoso, arrabbiato, il suo un linguaggio più fisico che verbale. Automaticamente la nostra mente ritorna a 'La Haine' (1995), alle banlieau e a quell'atmosfera di tensione prossima all'esplosione. Il primo ragazzo cammina nervosamente avanti e indietro, l'altro, molto giovane, ha lo sguardo perso, la sua inquietudine traspare, non proferisce parola. Per un attimo il suo sguardo evade la conversazione verso un parco giochi, affiorano allora, brevemente, i ricordi di un età spensierata, un rapido vociare di bambini, una realtà che sembra essere fuggita via all'improvviso spentasi troppo rapidamente. L'anziano, che potrebbe essere il fratello maggiore, lo incalza, poche parole, lapidarie, aggressive e motivanti. «È lui?» chiede indicando un ragazzo biondo intento ad attraversare un sottopassaggio dal lato opposto della strada, l'altro annuisce. « Ascoltami attentamente fratello.» Continua « Stai per dimostrare che siamo una famiglia che ha le palle, quindi vai e fai quello che abbiamo detto, altrimenti giuro che ti faccio il culo!» Il dialogo continua, il fratello maggiore è intenzionato a convincere l'altro a fare qualcosa,il giovane tituba, i primi piani alternati ci danno l'idea, oltre che di una certa famigliarità fra i due, di una compartecipazione emotiva che sembra riguardare una sorta di rito di iniziazione. Poi lo spintone, un gesto violento volto a gettare il ragazzino nella 'dura' realtà come a recidere definitivamente ogni legame con l'infanzia trascorsa. Il ritmo cambia, subentra il rallenty, aumenta la tensione, il giovane cammina nel sottopassaggio pronto ad intercettare il biondo; l'anziano lo segue a breve distanza, lo sguardo corrucciato e preoccupato, noi osserviamo da lontano, dal suo punto di vista, lo vediamo fissare il fratellino e il biondo parlare, entrambi un po' agitati e leggermente a disagio, poi i due si scambiano un bacio sulla guancia in segno di saluto, il biondo esce dal tunnel sorridente, dietro di lui il ragazzino, gli occhi bassi, l'anziano gli va incontro. «Allora?» Chiede. «Mi ha detto che anche io gli piaccio.» L'altro lo guarda, annuisce e poi lo abbraccia. «Sono fiero di te, sei un uomo!» Il punto di maggior pregio di 'T'es un bonhomme!' è come il regista Sylvain Certain riesca a costruire, nell'arco temporale di un minuto, una serie di preconcetti nello spettatore che poi vengono puntualmente infranti nel finale, nel campo lungo sull'abbraccio fra i due fratelli, un'inquadratura così diversa da tutte le altre. Certain gioca sapientemente sull'uso della fotografia, sul linguaggio, sugli sguardi e sulla fisicità dei due personaggi principali per creare una situazione di tensione che lo spettatore, fin dai primi secondi, sospetta sfoci in tragedia, nel compimento di un atto violento che si rivela in realtà essere un atto d'amore. Il rito iniziatico in questo caso ha la funzione di creare 'un bonhomme' (un buon uomo) in grado di gestire in modo maturo le proprie emozioni e i propri sentimenti. In 'T'es un bonhomme! Il preconcetto dello spettatore ha un ruolo chiave per la piena riuscita dell'opera, il cortometraggio presuppone una fruizione attiva e sapientemente calata nella nostra realtà storica così tristemente contraddistinta da episodi di violenze, spesso a sfondo razziale, il messaggio che ci lascia è quanto ancora, in ognuno di noi, sia presente la tendenza a giudicare a priori, sulla base di perversi schemi mentali, la realtà che ci circonda. Un opera pienamente riuscita, intelligentemente studiata nella sua semplicità, una scena quotidiana da cui traspare la speranza in un mondo migliore.

Beatrice Sapio 4 mesi fa

Un amore in bianco e nero. L'aspetto drammatico è così intenso che quasi ti fa sorridere. Il contrasto tra il personaggio più grande, più maturo, più sicuro di se e il personaggio più piccolo, con così tanto ancora da imparare che quasi rimpiange i tempi in cui poteva semplicemente risolvere tutto giocando sullo scivolo, è qualcosa di unico. Il regista gioca con il bianco e il nero facendoci pensare ai soliti cliché pesanti dove tutto finisce in malo modo, ma alla fine ti manda un bel messaggio di speranza che ci dice di prendere coraggio e affrontare le nostre paure e crescere un po'.

Daniela Santissimo 4 mesi fa

La fratellanza supera il colore della pelle. Tutto è bianco e nero e semplice. I volti dei ragazzi sono i protagonisti. Lascia una speranza dolce.

Daniela Santissimo 4 mesi fa


Giovanna prof 4 mesi fa

Forte ed emozionante...il bianco e' il nero due facce della stessa medaglia dove l'amore puro del cuore vince sempre e' comunque

Tonino Mannella 4 mesi fa

E’ incredibile come un cortometraggio di meno di due minuti possa contenere tanti messaggi. Girato in un bianco e nero molto contrastato che ricorda da vicino “L’Odio” di Mathieu Kassovitz, “Te’s un bonhomme” del giovane Sylvain Certain al suo terzo cortometraggio, è una storia di integrazione di amore e di crescita, sono questi i sentimenti racchiusi nelle poche inquadrature che descrivono la storia di un ragazzo che diventa uomo affrontando le proprie paure. La macchina da presa si concentra sui volti dei due fratelli, primissimi piani, a indagare gli stati d’animo: il più grande che spinge il piccolo a fare quello che deve fare, lasciando da parte i giochi da ragazzi, simbolico e bellissimo lo stacco sugli scivoli a rappresentare l’addio all’infanzia e il successivo slow motion a sottolinearne il distacco. Il ragazzo più piccolo sembra quasi ripararsi dietro al fratello, incapace di prendere l’iniziativa. L’altro uomo è lontano, lo vediamo di là del ponte a una distanza che sembra insormontabile per il ragazzo, ma sotto il tunnel, nell’oscurità che annulla le differenze, si incontrano, si abbracciano, forse c’è ancora una speranza per l’umanità. Non è solo il ragazzo a diventare un bonhomme, ma siamo tutti noi a crescere quando superiamo le nostre paure.

Roberto Conigliello 4 mesi fa

Cortometraggio davvero notevole da un punto di vista visivo,"oscurato" dal bianco e nero che rappresenta il dualismo dei personaggi e la loro psicologia "urbana", che il regista descrive discretamente attraverso i primi piani. L'inquadratura del parco giochi è interessante, certo elementare ma mette in evidenza un talento che va sicuramente coltivato.

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