Sully – La regia di Clint Eastwood

di Gianni Canova

Dentro o fuori. Dipende tutto dal punto di vista. Se una cosa la vedi da dentro ti sembra in un modo, se la vedi da fuori ti sembra in un altro. Parrebbe banale, ma non lo è. Perché siamo tutti abituati a pensare che il punto di vista da cui le cose le vediamo e magari le viviamo noi sia l’unico possibile. Il solo autentico. Per noi e per tutti. Soprattutto di questi tempi, quando lo “sport” più diffuso al mondo sembra sia quello di costruire un Nemico a cui negare ogni diritto. A cominciare da quello di avere un punto di vista diverso dal nostro. Per fortuna che c’è Clint Eastwood. Che con il suo cinema “umanista”, al contempo classico e modernissimo, ci ricorda – appunto – che bisogna sempre osservare le cose da più punti di vista, anche e soprattutto da quello di chi la pensa in modo diverso da noi. Come aveva fatto egli stesso una decina di anni fa con il dittico formato da Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima (2006), in cui raccontava il medesimo episodio bellico in due diversi film, prima dal punto di vista dei vincitori (gli americani), poi dal punto di vista dei perdenti (i giapponesi “nemici”), con un coraggio laico e spregiudicato che non ha uguali nella storia del cinema (e non solo in quella…).

Ora Clint applica lo stesso metodo a un recente caso di cronaca: il 15 gennaio 2009 l’aereo della Us Airways 1549 poco dopo il decollo si scontra in volo con uno stormo di uccelli, i motori vanno in avaria e il comandante Chelsey Sullenberger – per gli amici Sully – è costretto a tentare un “ammaraggio” di fortuna sul fiume Hudson con una manovra tanto spericolata quanto coraggiosa. Tutte le 155 persone a bordo sono illese: per loro e per i media Sully è un eroe, ma per i burocrati che dall’esterno studiano il caso le cose non stanno così. Vista da fuori la situazione non sembra fosse poi così pericolosa e Sully poteva forse tentare una virata e tornare ad atterrare all’aeroporto La Guardia, senza mettere a rischio la vita dei passeggeri. Gli algoritmi, almeno, dicono così: dicono che Sully non è un eroe ma un pericoloso avventurista. Tanto che lui e il suo secondo pilota vengono chiamati a rispondere del loro operato davanti a una commissione d’inchiesta.

Nel corso del film vediamo più e più volte il momento in cui Sully (un grandissimo, saggio, pacato ed eroico Tom Hanks) decide di puntare sulle acque grigie dell’Hudson (“lungo, liscio e largo”) per non rischiare di schiantarsi contro un grattacielo: Eastwood decide di girare tutto il film con la tecnologia Imax digitale (è il primo film interamente girato così, Batman vs Superman per dire aveva solo 12 minuti in Imax) per farci sentire “da dentro” le tensioni, le angosce e il panico dei passeggeri, e le turbolenze del volo, con un effetto immersivo che ci consente di condividere al massimo la sensazione di pericolo e di paura dei personaggi. Ma gli algoritmi, ovviamente, non conoscono la paura. Sono esenti dalle emozioni umane. Forse per questo piacciono tanto ai burocrati, che usano gli algoritmi per diventare loro i padroni delle emozioni degli altri e per decidere – dietro il paravento di una procedura oggettiva – i destini dei loro simili. Con una maestria registica davvero unica, senza sbagliare una sola inquadratura, senza una frase o un’immagine di troppo, con una sobrietà e un’essenzialità ammirevoli, Eastwood torna più e più volte sul momento decisivo, lo disseziona da ogni parte, lo mostra da punti di vista sempre diversi, dentro e fuori, nella cabina di pilotaggio e dall’aula della commissione d’inchiesta, e poi rievoca i flussi di coscienza di Sully (l’incubo iniziale, i sogni angosciosi, i ricordi del passato) fino a far sentire anche a tutti noi che Sully è stato un eroe non solo per quello che ha fatto, ma per come lo ha fatto, per come ha gestito il “fattore umano”, e per come ha saputo mobilitare nell’azione di salvataggio un’intera comunità (vigili, poliziotti, hostess, portuali controllori di volo…). “L’abbiamo fatto insieme”, dice nel finale: e di quell’insieme sentiamo di far parte un poco anche noi. Da vecchio anarchico umanista qual è, dall’alto dei suoi 86 anni, Clint ci dà ancora una volta lezioni di cinema e di vita. A prescindere da come ha votato alle ultime elezioni americane, a Hollywood non c’è in giro nessuno più liberal di lui.

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