Suffragette – La colonna sonora di Alexandre Desplat

di Gianni Canova

 

Poteva scrivere una partitura tonitruante. Poteva calcare sui tasti del romanticismo. Poteva usare la musica per sottolineare, enfatizzare, emozionare. Invece, nel comporre la colonna sonora di Suffragette, Alexandre Desplat (Oscar 2015 per la colonna sonora di Grand Budapest Hotel) ha fatto una scelta diversa. Non invadente. Non invasiva. Ha lavorato con discrezione. Ha dosato con cura la presenza di musiche extradiegetiche. E ha contribuito in tal modo a mantenere quel tono sobrio e asciutto, secco perfino, che caratterizza il film. Nulla di troppo vistoso nei colori, nelle luci, nei costumi. Alla regista Sarah Gavron interessa soprattutto scavare nel volto della protagonista Maud Watts (Carey Mulligan) e cogliere nella microfisica facciale la sua progressiva presa di coscienza e il suo passaggio da giovane operaia di una lavanderia industriale londinese a convinta militante di quel movimento protofemminista che nella Londra del 1912 si batte con ogni mezzo per ottenere il diritto di voto anche per le donne.

La musica di Desplat si “accorda” – è proprio il caso di dirlo… – con le altre scelte di messinscena: all’inizio sono le percussioni che scandiscono con tonfi sordi e ossessivi la grigia monotonia di un quotidiano carico di tensione, poi qua e là appaiono rapidi accordi di pianoforte che addolciscono con lievi pennellate sonore la durezza del contesto sociale rappresentato. La musica non sovrasta mai le scene, non deborda, non tracima. Caso mai segue, puntualizza, accarezza. A volte si introduce su un cambio di scena per conferire un tocco di drammaticità supplementare alle immagini (per esempio quelle che mostrano le militanti durante l’ora d’aria in carcere). Ma quando Maud parla davanti alla Camera dei Comuni a Westminster e racconta con un’autenticità che strizza il cuore la sua condizione di giovane donna senza diritti, china per ore e ore ogni giorno su vasche che emanano vapori tossici e malsani, non c’è musica sulle sue parole, c’è solo il suo volto, e ci sono i suoi discorsi, c’è la sua testimonianza. Punto. La musica si fa sentire solo sul finale della sequenza, quasi per aiutarci a prender congedo da un discorso che è riuscito, da solo, a farsi ascoltare da tutti. Nel film, e in sala, fra gli spettatori del film.

La partitura di Desplat si fa sentire di più nella seconda parte, quasi in sintonia con il crescente impegno militante della protagonista. Qui la partitura sembra simulare il respiro umano, procede come per sistoli e diastoli ritmiche e melodiche, è quasi un piccolo cuore che batte mentre Maud viene ripudiata dal marito, cacciata dal lavoro, ricattata e spiata dalla polizia, ma sempre senza mai mollare o dubitare, convinta anzi di essere definitivamente dalla parte giusta. In questo quadro è quanto mai significativo l’uso della musica che Desplat fa nella più drammatica scena-madre del film: quella in cui Maud e la sua compagna Emily Davison vanno all’ippodromo con l’intento di esibire i loro striscioni di protesta davanti ai cineoperatori presenti per riprendere il re. Emily decide all’improvviso di gettarsi sotto il cavallo di Giorgio V e di immolarsi per la causa: e proprio lì, nell’attimo del sacrificio, la musica tace. Silenzio. Silenzio assoluto. Gesti rallentati, volti attoniti, nessun suono. Ma è proprio in quei pochi istanti di vuoto sonoro assoluto che la partitura di Desplat raggiunge paradossalmente la sua più piena e toccante e matura capacità di comunicare.

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