Snowden – La colonna sonora di Craig Armstrong e Adam Peters

di Gianni Canova

La mano è inquadrata in dettaglio.
Le dita giocano nervosamente con un cubo di Rubik.
Non conosciamo ancora l’importanza di quell’oggetto nello sviluppo della storia.
Ma basta il modo in cui Oliver Stone lo inquadra per trasmettere inquietudine.
La musica fa il resto: e tende la scena allo spasimo, inondando lo spazio con violini, fiati e percussioni.

Craig Armstrong, che con Adam Peters firma la colonna sonora di Snowden, è un esperto in soundtrack dall’effetto tensivo e amplificante: sue sono, ad esempio, le colonne sonore di Romeo­­­­­­­­­­&Juliet e di Moulin Rouge di Buz Luhrmann, ma anche quelle di precedenti film di Stone come Wall Street-Il denaro non dorme mai e World Trade Center.

Chiamato a musicare anche la “rappresentazione” dei fatti realmente accaduti a Edward Snowden fra il 2004 e il 2013, Armstrong opta per una colonna sonora basata sulla ripetizione ossessiva di temi e motivi, talvolta anche sulla ripresa martellante di accordi e di note.

Fin dalla scena d’apertura, quando Snowden – ex-consulente informatico della Cia, in fuga dal proprio paese con un database segretissimo zeppo di dati imbarazzanti – incontra all’aeroporto di Hong Kong un giornalista del Guardian e la documentarista Laura Poitras, la musica di Armstrong non si limita a commentare.

Non si accontenta di qualche pennellata sonora leggera e discreta.
Talora entra perfino a gamba tesa. Sottolinea, enfatizza, esaspera.
E finisce per trasmetterci l’idea, prima ancora che veniamo a conoscenza dei fatti, che quel personaggio è in pericolo, e che deve difendersi da qualcuno o da qualcosa.

Snowden, in effetti, è ricercato da tutti: ha scoperto la gigantesca “architettura dell’oppressione” che il governo americano ha messo in piedi utilizzando Internet e facendo del web un grande panopticon di controllo e di sorveglianza di massa e ha deciso di denunciare tutto all’opinione pubblica per difendere la dignità dei cittadini – del mondo, non solo USA – e il loro diritto a essere liberi e non spiati di nascosto.

Traditore o eroe?, si chiederanno i media di tutto il mondo.
Stone non ha dubbi: e la costruzione retorica dell’eroismo è affidata non tanto all’interpretazione misurata e antiretorica di Joseph Gordon-Lewitt (che anzi fa di Snowden un eroe controvoglia, per nulla attratto dalla prospettiva di diventare un’icona mediatica e refrattario perfino all’idea di essere fotografato) quanto al montaggio, alla regia e – appunto – alla musica.

Che non è tonitruante come forse ci si poteva aspettare, ma incalzante lo è senza dubbio.
Anche nelle scene più intime, come quelle fra Snowden e la sua sorridente compagna Lindasy, ci sono quanto meno note martellanti di pianoforte che scandiscono e tendono il ritmo dell’azione, per non parlare dei tonfi sordi delle percussioni che fanno da tappeto sonoro a scene come quella della telefonata che Snowden riceve mentre è barricato nella sua camera d’albergo a Hong Kong.

E nel finale è sempre la musica a consacrare la sua scelta di battersi come un piccolo David del web contro il Golia dei governi e del potere per far sapere al mondo che anche se non hai fatto nulla di male, sei comunque sorvegliato e spiato per il semplice fatto di essere vivo.

Prima le percussioni, poi i violini, infine ancora il pianoforte sanciscono il passaggio di testimone dallo Snowden finzionale di Joseph Gordon-Lewitt al vero Snowden che entra in scena come testimone diretto della sua denuncia e della sua battaglia. Lì viene davvero la pelle d’oca.

Poi parte la voce di Peter Gabriel che intona The Veil, la canzone che ha scritto apposta per questo film e che fin dal titolo evoca il velo che copre il mondo e che Snowden ha cercato di sollevare. Ci è riuscito? Chissà.

Come dice nel film il personaggio di Nicolas Cage: “A volte, più guardi, meno vedi”.

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