SKAF-LEBHAR

Autore: Adrien Pavie

Premio: Documentary Award 2015

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Marta Cons 10 mesi fa

I limiti odierni sono muri di cemento o ferro, invaricabili barriere di filo spinato e sbarre che lasciano intravedere solo lontanamente la meta che in questo caso ci viene mostrata come una specie di ponte verso il cielo ma, quando l' inquadratura cambia, ci accoegiamo di trovarci in Tunisia e probabilmente lungo una di quelle tratte che porta in Europa affollate giorno e notte da immigrati che tentano di superare il limite dell' oppressione. Guardando più a fondo però ci accorgiamo che le barriere più grandi sono quelle che non possiamo vedere. I cancelli si aprono, i muri si sfondano e il filo spinato si taglia ma le idee sono difficili da cambiare. Se esse mutassero anche i limiti costruiti dall' uomo stesso sparirebbero?

Annibale Di Leo 11 mesi fa

Sempre più attuale vedere barriere, muri, inferriate tra le persone e le popolazioni, Adrien Pavie con il suo corto fa riflettere e pone come protagonista l’attesa. Attesa verso un futuro migliore, nella speranza, nella paura che si può trovare aldilà del cancello, protetto da guardie sotto un sole caldissimo, minacciato da un categorico ordine di Stop. Una sospensione temporale, in cui sembra che possa accadere qualcosa di terribile ma una sola singola inquadratura ci fa percepire che ci stiamo sbagliando, spiazzandoci, non è un muro di frontiera. Siamo in prossimità di una scala verso il cielo (?) ma subito dopo si capisce che è un ponte mobile sul mare, quello di Biserta in Tunisia. Non lontani dalle tratte della disperata immigrazione africana verso l’Europa. Occidente o Oriente la vita è sempre frenetica, scalpitante, trasbordante verso l’avanti. L’attesa è finita. Come in una partenza da Gran Premio ognuno con i suoi mezzi, ognuno con i suoi progetti, ognuno verso la vita, aldilà di qualsiasi barriera. Superando vivacemente ponti e non muri, collegando il mare il lebhar che può unire culture diverse.

Alessandro Cutrona 11 mesi fa

L’infinita certezza che la comunicazione fra esseri umani non conosce barriere. Un Dio che ci guarda dall’alto è l’unica speranza rimasta in un mondo costantemente in conflitto con il prossimo. È questo, che Adrien Pavie regista di «Skaf Lebhar», documentary award 2015 filma con caustica precisione, meglio ancora, lascia impresso negli occhi e nel cuore degli spettatori. L’impaziente attesa lascia spazio ad una nuova e possibile condizione di vita da intraprendere, per provare a cambiare un destino avverso e austero per colpa di una lotta fra popoli, lingue e culture differenti. Le chiassose immagini iniziali infondono un messaggio universale, la negazione della libertà, subito dopo, le stesse opprimenti immagini si aprono al cielo azzurro impartendo una lezione che tutti quanti, a prescindere dalla religione professante, dovrebbero comprendere: è lecito perdersi dentro al mondo con la certezza che vi sia una realtà al di là di ogni comprensione, una più intima priva di limiti e dittature, quella interiore.

Antonio Sarti 11 mesi fa

Un mondo di barriere, di confini, di muri e recinzioni: dietro c’è un’umanità che si affolla alla ricerca di un varco, impaziente che dall’altra parte arrivi un ponte, simbolo di apertura e accoglienza, della volontà di creare un collegamento. Il ponte sembra non arrivare mai, l’attesa sale e tutti sembrano pronti per sfrecciare lungo esso non appena ce ne sarà la possibilità: una metafora efficace e ben costruita di una realtà attuale come le migrazioni dai paesi africani e mediorientali, una marea umana che cerca invano di salire su un ponte, davanti a cui si costruiscono sempre più barriere e cancelli.

Massimiliano Carvelli 11 mesi fa

All'inizio lo avevo sottovalutato...era quello che mi era piaciuto di meno dei 6....poi riguardandolo ha un suo perchè...immagini realistiche,simboli efficaci come il ponte che crea contatto,scambio di culture e civiltà e sopratutto il passaggio dalla frenetica attesa al dinamismo che scatta come al verde del semaforo...non male.

Ali cetta 11 mesi fa

La quotidianità come se fosse un film. Il passaggio di un ponte levatoio durante l'ora di punta diventa una sfida tra mezzi di diversa fattura. Come se fosse l'inizio di una "Corsa più pazza del mondo", all'abbassarsi del ponte i motori si scaldano e la musica cambia. Così come la scelta di messa in scena di Adrien Pavie: dai dettagli, i volti si passa ad un ritmo più concitato ma a inquadrature più larghe, sostenute da una decisa musica metal. La semplicità della ripresa con il cellulare è quindi rafforzata da un linguaggio visivo che rende il racconto personale.

Alessandro Arpa 11 mesi fa

A Biserta, in Tunisia, una fiumana di gente aspetta che il ponte levatoio si abbassi. Al sole cocente, l’attesa appare un’enorme Idra da combattere. C’è chi, nervosamente, muove le chiavi tra le dita e chi, invece, scalda il motore pronto per ripartire. Un uomo, sconsolato, porta le mani sul capo. L’attenzione di tutti è focalizzata sui cancelli. Adrien Pavie spia la gente, indugia sui loro gesti e ne cattura le manifestazioni più chiare dell’impazienza. Ma Skaf Lebhar è un mini-documentario che nasconde in sé tematiche più profonde. Come se fossero in gabbia, gli uomini appaiono inermi, sospesi in una realtà che non li appartiene. Per pochi secondi, la loro vita è condizionata dalle scelte degli operai del ponte. Come fossero figli del fato, hanno il compito di liberare o chiudere il passaggio. Se la chiusura dei cancelli è una chiara metafora della privazione, la loro apertura implica una liberazione ma anche una speranza. Il passaggio verso l’inesplorato è l’azzardo da compiere per sperare ancora. Alla ricerca di una realtà migliore lasciandosi alle spalle sbarre e sconfitte.

Stefano Sansoni 11 mesi fa

Un taglio divertente e grottesco delle attese e delle visioni di confine Un test attitudinale che bisognerebbe superare tutti Dalle paranoie che sono iniziate dal cancello chiuso Al bimbo in attesa sotto una pesante catena arrugginita Un messaggio di disagio che si trasforma in speranza Che riparte

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