Silent Screams

Premio: Premio per la regia
Artista: de Ali Talib Alshammari

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Marco Grasso 4 mesi fa

Il medium audiovisivo è uno strumento essenziale di riflessione: questa è la lezione impartita da Gilles Deleuze attraverso l’esauriente indagine filosofica dell’image-temps e dell’image-mouvement, di cui l’ossimorico Silent Screams è moralmente alfiere. La direzione claustrofobica di Ali Talib Alshammari, che gli è valsa il Premio per la regia nell’ambito del Mobile Film Festival 2017, effigia il ripetersi ciclico di una tragedia che sfiora quotidianamente il litorale del Mediterraneo, insieme ai flutti delle sue acque agitate, solcate da barconi stipati di timori e miraggi. Un calvario di solitudine – quello dei due migranti madre e figlio, raffigurati nel realistico cortometraggio – composto da riprese subacquee e ampie boccate di una paura ancestrale, priva di antidoto. Tra la superficie e il fondale marino si affronta una lotta impari per la sopravvivenza, al cospetto di una natura indifferente che fagocita giocattoli, scarpe, indumenti, desideri. E corpi materni. Perché la speranza ha il volto di una madre senza nome e del suo sacrificio, serbato nel silenzio fatale delle oscure profondità marine e nell’oblio delle coscienze.

Elsa Naddeo 4 mesi fa

Cosa nasconde il fondo del mare? Il mare lo si osserva sempre dalla superficie, si vedono i raggi che lo accarezzano, le onde che lo agitano e la brezza che lo attraversa. Nessuno pensa che sotto quella sottile superficie dell'acqua si nasconde un mondo fatto di disperazione e nessuno mai pensa che qualcosa di così bello come il mare possa diventare un elemento di morte. Questo corto di circa un minuto e quattordici secondi, girato da Ali Talib Alshammari e premio per la regia al Mobile Film Festival 2017, mostra già dalla scena iniziale, con un angolo di ripresa abbassato, cosa sta per succedere in queste acque dall'apparente innocenza. S' intravedono oggetti galleggianti, s' intravede il sole che con i suoi raggi penetra nell'acque del mare e poi con dei dettagli si vedono oggetti appartenenti all'uomo che man mano raggiungo il fondale marino. Un calzino, una scarpa, una collana, una pistola giocattolo, tutto ripreso dal fondo, nulla è in superficie, l'acqua circonda lo schermo dando allo spettatore un senso di claustrofobia. Poi arriva la scena in superficie, un bambino ed una madre accompagnati da urla e pianti, in preda al terrore per ciò che il mare gli sta per fare. La soggettiva della madre dove mette in un primo piano la mano del piccolo tesa verso di lei in modo da aiutarla o quanto meno a non volerla lasciar andare via racchiude il momento più vero e crudo del corto: il non poter ribellarsi alla morte. Ad certo punto il corto mette a confronto le due parti del mare: il sopra ed il sotto. Nella parte superiore, dove le acque toccano fino al mezzo busto il bambino, vi è la vita, non una semplice vita. Una vita straziata dal dolore e dalla paura, enfatizzata dall'ottimo utilizzo della musica unita alle grida di dolore che caratterizzano la scena. Mentre nella parte inferiore c'è sempre la vita, ma una vita spezzata. Una vita che ha sperato di poter raggiungere un futuro migliore, di poter raggiungere quella terra promessa ma che il mare le ha rubato trascinandola a sè. E alla domanda iniziale: -''Cosa nasconde il mare?''- il corto , con soli settantaquattro secondi , risponde: - ''Un cuore che ha smesso di battere''.

Giulia Sara 4 mesi fa

Poco tempo fa ho letto la dichiarazione di un regista secondo cui non esistono film necessari, ma soltanto film utili. Mi aveva quasi convinta. Poi ho visto Silent Screams di Ali Talib Alshammari. Un minuto e quattordici di storia compiuta, e di un’attualità schiacciante. Primo atto: il contesto, mare aperto verde chiaro, la presentazione dei personaggi attraverso pochi oggetti caratterizzanti. Un sandalo da donna, un calzino, una pistola giocattolo di plastica gialla che fluttuano verso il fondale, piccoli pezzi di identità sommerse, dimenticate, pronte a diventare dei relitti senza nome - una muta anticipazione di tragedia, l’attesa che genera suspense e richiama l'attenzione. Secondo atto: il conflitto, la disperata lotta per rimanere a galla di quelli che capiamo subito essere una madre col suo bambino - lui indossa un gubbino salvagente, lei no. La vita di suo figlio vale più della sua. Terzo atto: l’epilogo, la mano del bambino che non riesce ad arrivare lontano quanto il suo grido disperato mentre vede la madre sparire tra le onde, lo sguardo vitreo di lei mentre affonda in un mare cristallino, ma non per questo meno crudele. Necessario, si. Proiettiamolo sempre, proiettiamolo ovunque, questo distillato perfetto di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che le sale cinematografiche in fondo sono per le élite, per le persone che già sanno, che già ci pensano. Proiettiamolo sui minischermi della metropolitana, proiettiamolo al posto della pubblicità obbligatoria su youtube, proiettiamolo in formato gigante sui muri davanti alle finestre dei palazzi di governo, alle fermate degli autobus, proiettiamolo h24 sulle facciate dei supermercati, per ricordarci che questo è quello che succede, nel nostro stesso spazio-tempo, mentre ci crucciamo per il fatto che anche questa volta saremo costretti a optare per quel putrido tonno in offerta speciale. Forse il cinema non può cambiare il mondo, ma le coscienze, quelle si. In un minuto e quattordici secondi. Chapeau.

Valeria Cobianchi 4 mesi fa

Acqua e oggetti che galleggiano, a volte vanno a fondo; non si coglie immediatamente che cosa sono perché fluttuano di continuo. Una scarpa, un calzino, una pistola giocattolo si rivelano agli occhi dello spettatore che si ritrova in quegli oggetti così familiari e quotidiani. Sono di un bambino e di una mamma, costretti a fuggire dalla loro terra e ad affrontare un mare che non conoscono e che porta al sacrificio della madre per il figlio, un gesto che forse non servirà nemmeno. In questo unico strappo Ali Talib Alshammari ha saputo cogliere tutto il dramma degli immigrati e come il bambino, urla alle coscienze di chi guarda.

Mariaelena Romeo 4 mesi fa

La sostanza, il sentire, il patire, l’acqua che pervade e aggredisce i personaggi costituiscono nel complesso la poetica dell’arte di Alshammari. La scena si configura come una metafora dei moti interni che è indissolubilmente legata alla necessità primaria di aggrapparsi alla vita stessa. Quella vita che è la protagonista assoluta in tutta la sua peritura caducità. La madre è la vittima dell’inesorabilità che scaturisce dalla consapevolezza di un destino infausto. Ella sente calare su di sé, come la spada di Damocle, qualcosa che per lei è inevitabile e per lo spettatore è inaccettabile. Il mare è la zona non vitale che nega il conforto a colei che muore salvando il suo bambino. Una vittoria che non sa di tale poiché il suo gusto è amaro. Il respiro si azzera e si spezza tra le urla soffocate che evocano il sentimento del visivo, da ciò si deduce quale sia il tema cardine dell’intero cortometraggio: l’immigrazione nel suo aspetto più crudo, ossia in quello che Luigi Manconi definisce il “cimitero marino”, a cui si accompagna l’atteggiamento di indifferenza che aleggia attorno a vicende come quella rappresentata. È così che viene dunque descritto, attraverso il silenzio straziante di una morte ingiusta, un mondo in decadenza in cui i diritti umani affondano nel mare: laddove urli e nessuno mai ti sente.

Tonino Mannella 4 mesi fa

Siamo nell’acqua, letteralmente immersi, vediamo il sole filtrare e riflettersi e indumenti, giocattoli, scarpe affondare, cominciamo a capire che c’è una tragedia in atto. La camera sale in superficie e sotto un sole accecante ci si presenta la scena di un bambino disperato, imbracato in un giubbotto salvagente e la giovane madre vicino a lui che non riesce a stare a galla. Riusciamo appena a sentire le grida disperate del bimbo e il rumore gorgogliante dell’acqua che inghiotte la donna. Il punto di vista iniziale era quindi il suo, nel disperato tentativo di risalire in superficie dal suo bambino prima di abbandonarsi a un destino ormai inevitabile. Quello che colpisce di più di quest’opera è principalmente il punto di vista con il quale si è scelto di mettere in scena la storia: mentre di solito si sceglie di raccontare attraverso gli occhi dei soccorritori e dei sopravvissuti, qui, coraggiosamente viene mostrata la visuale di chi non ce la fa e di quello che probabilmente è l’ultima cosa che i suoi occhi vedono. Il regista, Ali Talib Alshammari, con questo corto di forte impatto visivo, ci porta letteralmente dentro la tragedia che degli esseri umani disperati vivono quotidianamente affrontando le acque del mediterraneo e scuote le nostre coscienze anestetizzate dai report giornalistici che ormai non fanno più notizia. Le urla silenziose del titolo ci sono, ma sono attutite e smorzate dal mare e dalla distanza che separa l’Europa e chi tenta con ogni mezzo di trovare riparo da guerra e povertà.

Francesco De Salvo 4 mesi fa

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Daniela Santissimo 4 mesi fa

Dolore lancinante, nessuno sopravvive. Sa già di morire, ma ci prova lo stesso. Il silenzio rompe l indifferenza.

giada aversa 4 mesi fa

Oggetti perduti, che affondano nella coltre senza scampo del fondale marino; oggetti che possono appartenere a bambini, uomini, donne; oggetti che sono assolutamente comuni e familiari, come una scarpa o un giocattolo, così come drammaticamente familiari sembrano essere ormai anche coloro che perdono quegli stessi oggetti: una donna e un bambino, che combattono contro l’acqua, contro la morte, contro un destino avverso, per tenersi a galla, per riuscire a nuotare verso un futuro che per quanto incerto per quanto pericoloso possa essere da raggiungere, è sicuramente più auspicabile rispetto a quel che si sono lasciati alle spalle. Tuttavia, la vita è implacabile, e non guarda in faccia a nessuno: così, mentre una musica straziante quasi ammutolisce le grida del bambino e della donna, che possiamo a ragion veduta supporre essere madre e figlio, il mare decide di aver bisogno di un pegno in carne ed ossa per ripagare una vita risparmiata. Quelle stesse grida che ogni giorno, tristemente, sembrano essere mute alle orecchie dei più.

Roberto Conigliello 4 mesi fa

"Silent screams" è a mio avviso il cortometraggio più interessante. Il tema trattato è attuale e importante, il dramma dei migranti che affrontano un viaggio, che troppo spesso purtroppo finisce in tragedia, come in questo caso. Il regista svedese in pochi secondi riesce a trasmettere allo spettatore il terrore che provano queste persone nel momento in cui il viaggio di speranza si trasforma appunto in incubo e morte. Notevoli i dettagli che raccontano le storie e le speranze di uomini, donne e soprattutto bambini. La scena finale è visivamente molto potente.

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