Sicilian Ghost Story – La fotografia di Luca Bigazzi

di Gianni Canova

Ci sono cineasti che cercano – più o meno bene – di “riprodurre” il mondo e ce ne sono altri – pochi, purtroppo – che cercano invece di “inventarli”, i loro mondi. Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (già apprezzati autori di Salvo) appartengono senza dubbio a questa seconda categoria: il loro Sicilian Ghost Story – meritatamente scelto per inaugurare la Semaine de la Critique al Festival di Cannes – ci immerge in un mondo in cui non eravamo mai stati prima, sospeso fra la realtà di una Sicilia soffocata dalla mafia e dall’omertà e la visionarietà fiabesca dello sguardo di una ragazzina che trasfigura quella realtà in chiave di realismo magico. Andatelo a vedere, Sicilian Ghost Story: è uno dei pochi film davvero imprescindibili della stagione. Checché ne dicano certe grandi firme, o certi giannizzeri del realismo ad ogni costo, qui davvero il cinema vola. Qui sono le immagini a generare forme, senso ed emozioni. Perché Grassadonia e Piazza trasformano il racconto del rapimento di un ragazzo siciliano, figlio di un collaboratore di giustizia, sequestrato per 779 giorni e poi strangolato e sciolto nell’acido, in una fiaba gotica in bilico tra Stephen King e i fratelli Grimm. Guardate anche solo le immagini in cui Luna, la ragazzina protagonista, si aggira nel bosco alla ricerca del compagno scomparso, avvolta nel suo cappottino rosso, un po’ Cappuccetto un po’ The Village, circondata da creature fantasmatiche che appaiono e scompaiono e forse sono solo il frutto del suo desiderio o delle sue paure.

La fotografia gioca un ruolo fondamentale nel creare un mondo così, sospeso fra la realtà e la sua trasfigurazione: e Luca Bigazzi lo crea, firmando uno dei suoi film più belli, coraggiosi e inattesi. È impressionante (ed emozionante… ) vedere come riesce ad usare la luce per dipingere stati d’animo, incubi, concetti, attese, dubbi, derive. Prendete ad esempio l’ipnotico piano sequenza iniziale (poi ripreso nel finale), con la macchina da presa che parte dall’inquadratura di un uccello notturno e poi scivola sulla roccia bagnata dall’acqua, e accarezza forme pietrose vagamente mostruose, quasi un Alien mediterraneo, per poi immergersi nel buco nero che sembra aprirsi proprio nel cuore della roccia (e forse anche nel cuore del film).

Basta un incipit così, buio eppure lucente, roccioso ma anche umido, enigmatico e limpidissimo, per precipitarci davvero oltre i confini della realtà, in un universo ctonio dove tutto è possibile. Ma prendete anche, nel sottofinale, l’altro piano sequenza in soggettiva, dal punto di vista di Luna sdraiata in un bidone sul furgone che va verso il bunker dove il suo amico è sequestrato, con i lampioni della strada che appaiono a intervalli regolari sul bordo superiore dell’inquadratura alternati a intervalli di nero assoluto… Bigazzi usa il grandangolo per deformare ambienti quotidiani e per trasformare luoghi “reali” in spazi da incubo, o per farci percepire la presenza di una natura minacciosa e incombente; ma poi fa delle fonti luminose diegetiche il punto di fuga prospettico verso cui far gravitare tutta l’inquadratura, costruisce immagini apparentemente realistiche per poi incupirle o sovraesporle, e usa riflessi e bagliori, sovrimpressioni e miraggi, per avvolgere uno straziante caso di ferocia criminale in un alone fiabesco e misterioso.

L’acqua è l’elemento che viene maggiormente usato per rendere indistinguibili sogni e realtà: e non a caso è il lago il luogo simbolico in cui sopra e sotto, luce e ombra, terra e inferno sembrano congiungersi e confondersi. Sott’acqua i due protagonisti si ritroveranno, ma nella stessa acqua limacciosa e opaca finiranno per diluirsi i resti mortali di lui.

Lontanissimo dalle decine di inutili fiction sulla mafia o da tanto cinema che vorrebbe essere di denuncia ma che non riesce a denunciare alcunché, Sicilian Ghost Story è un film di fantasmi che ti lascia addosso una sensazione al contempo di incantamento, disagio e sgomento. E proprio per questa via, riesce a trasmetterti anche sentimento potentissimo dell’atrocità di cui il piccolo Giuseppe De Matteo (1981-1996) è stato vittima: le fasi del sequestro, le immagini della prigionia, i dettagli sul suo corpo piegato e piagato, e poi la messinscena dello strangolamento e della “soluzione” finale ti lavorano dentro come un rimorso. E sono come uno stridulo lamento che sale dall’inferno a scuotere e svegliare la nostra coscienza civile.

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