I segreti di Wind River – Il montaggio di Gary Roach

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 1 minuti

La luna splende su una distesa di neve e illumina a giorno la piana circondata dai monti innevati.

È un bianco luminescente, notturno, opaco. Stacco. Un altro bianco occupa l’immagine: quello di un gregge di pecore che cammina sulla neve. Stacco. Controcampo: un lupo guarda fisso in direzione delle pecore. Stacco. Di nuovo le pecore. Controcampo: non c’è un solo lupo in agguato. Ce ne sono tre, anche se due forse sono cuccioli. Hanno fame. E stanno lì. Immobili, i predatori, come immobili e paralizzate sono le loro prede. Risuona un colpo secco. Un lupo si accascia. Il rosso del sangue sporca la neve. Controcampo: mimetizzato dietro alcuni arbusti qualcuno si muove. È l’uomo che ha sparato. Indossa una tuta bianca, si confonde col paesaggio. È anche lui un predatore.

Comincia così, dopo il prologo che ha visto una ragazza accasciarsi sulla distesa di neve, soffocata dal suo stesso sangue congelato, il bellissimo I segreti di Wind River, opera terza del regista (già sceneggiatore per Denis Villeneuve) Taylor Sheridan. E comincia con una sequenza che ci dice con forza come sia il montaggio il vero timoniere del senso e del ritmo del film: secco, asciutto, deciso. A suo modo anche solenne. In un certo senso implacabile. Senza incertezze, senza fronzoli, ma anche senza retorica. Come se fossimo in un film di Clint Eastwood. E un poco, in fondo, lo siamo. Perché il montatore Gary Roach è colui che ha montato praticamente tutti i film di Eastwood da Potere assoluto (1997) a American Sniper (2014), passando per Million Dollar Baby e per Gran Torino, e contribuendo a definire quell’aspetto determinante nell’identità di un film che è il ritmo.

I segreti di Wind River è un film eastwoodiano non solo per le location, o per il sentimento quasi sacro della natura, per il protagonista eroe suo malgrado, ma proprio per il modo in cui Roach sa concatenare le immagini e le scene, alternando scorrevolezza e sorpresa. Guardate anche solo come monta le immagini che mostrano il protagonista che con la sua tuta bianca inizia la caccia sulla neve: in un simile contesto narrativo è fondamentale variare continuamente il punto di vista, e prendere dal girato tutte le inquadrature che possono movimentare o disorientare. Davanti. Dietro. Di lato. Vicino. Vicinissimo. Primissimo piano. Poi d’improvviso campo lungo. Di nuovo primo piano. Come se eseguisse una partitura, Roach varia, cresce, accelera, rallenta. Guardate la scena agghiacciante in cui Cory scopre il cadavere della ragazza riversa nella neve a piedi nudi e con la sua giacca a vento azzurra. Dettaglio sulle dita del piede annerite per congelamento. Dettaglio del viso congelato come quello di Nicholson nel finale di Shining. Attorno alla bocca ci sono grumi di sangue ghiacciato. Roach lascia che vediamo l’orrore ma poi subito, come per pudore, si tira indietro e monta un’immagine che vede la scena da lontano. Come per rispetto. Ma tenendo a freno a stento la rabbia, l’indignazione. Gary Roach sa scegliere sempre l’immagine giusta. Mentre nelle scene parlate fa un passo indietro e lascia che sia il dialogo a guidare l’azione, nelle parti non dialogate – quando c’è solo la neve, il silenzio, il sibilo del vento tra i rami degli alberi nel gelido inverno del Wyoming – Roach prende in mano le redini per guidare il racconto e l’azione. Lo fa con la cura che gli viene dall’assidua frequentazione di un maestro come Eastwood, ma anche con la capacità tutta sua di giocare sulle variazioni, sulle accelerazioni, sugli improvvisi cambi di ritmo. Guardate come alterna le scene gremite (soprattutto nel flashback sulla violenza del branco) e quelle che invece sono assolutamente vuote. Un uomo solo, la neve, il silenzio. Un po’ western un po’ noir, I segreti di Wind River trasmette pietà per le vittime e sconsolata rassegnazione per la desolante condizione della natura umana. Certi primi piani di Jeremy Renner, con quello sguardo pieno di disincantata comprensione proprio per come siamo fatti, ci dicono con certezza che il suo personaggio è uno di quei pochi esseri umani che hanno fatto davvero l’esperienza della cognizione del dolore.

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