Scandali a Locarno: un film pruriginoso e una scuola chiusa troppo presto

di TBWA-admin

Come ogni festival, anche a Locarno 66 non mancano pellicole-scandalo. I piu’ indicano, tra queste ultime, l’adattamento cinematografico firmato David Wnendt dell’omonimo bestseller hot Zone Umide che racconta la ribellione di una adolescente pronta a infrangere piu’ taboo sociali (e sessuali) possibili, tra droga, esplorazioni del corpo, liquami ed emorroidi esplicitamente immortalati dalla macchina da presa.

Piu’ estremo e scandaloso si rivela in realta’ l’imperdibile Tableau Noir, documentario in concorso che a giudicare dagli applausi e dalle emozioni suscitate nella prima proiezione pubblica ha tutte le carte per giocarsi il Pardo d’Oro. Scandaloso ed estremo, dicevamo, intanto perchè fotografa la quotidianità di una scuola ‘diversa’: intercomunale, interdisciplinare, con sei allievi dai 6 ai 12 anni ad imparare insieme. Una full immersion nel mondo dell’infanzia, seguendo un maestro, Gilbert, amato da tutti per la sua passione non tanto nell’insegnare come fare un dettato o un problema di aritmetica, quanto nell’accostare i ragazzi alla magia della natura, tra pattinaggio su ghiaccio e passeggiate alpine, e ad apprezzare arti che faticano a sopravvivere, dalla ceramica alla maglieria, passando per giardinaggio, cucina, pascolo.

Dietro la macchina da presa c’e’ Yves Yersin, che a piu’ di 30 anni dal suo ultimo film Les Petites Fugues, sceglie di dedicarne ben due a girare questo film, piu’ quattro di montaggio. Il risultato è un memorabile romanzo di formazione collettiva, nel bel mezzo di una regione chiamata “La montaigne”, dove grazie a Gilbert si impara prima a vivere e poi a studiare. Cosa c’è di scandaloso in tutto questo? Da un punto di vista formale, il coraggio di riprendere i bambini anche nei loro errori e raccontarne le goffaggini, le piccole risse, le fragilità, i dispetti e i crolli di nervi momentanei.

Ma lo scandalo sta soprattutto nell’epilogo: Tableu noir si rivela essere una tanatografia, un racconto a partire dalla morte. Non quella dei protagonisti, per fortuna, ma quella di una scuola speciale, unica, eppure brutalmente chiusa. Metafora e insieme grido di allarme una società destinata a svuotarsi, senza punti di riferimento, senza piu’ l’ombra di quelle tradizioni artistiche, sociali e culturali tramandate nei secoli con amore e ormai costrette nel dimenticatoio.

Un bel segnale mettere un film come questo in concorso internazionale, aderente alla filosofia della ‘mission’ del festival, dichiarata dallo stesso direttore artistico Carlo Chatrian: “L’intento è indagare ciò che si muove ai confini dello spettro del cinema, ai bordi dell’inquadratura, per cogliere quella parte di fuoricampo che polarizza la scena. Non si tratta più di arrivare prima degli altri, piuttosto di avere la volontà e la possibilità di dare spazio e risalto a film, registi, produzioni trascurati o non considerati abbastanza”.

Di Claudia Catalli per Oggi al Cinema
[Foto © Festival del film Locarno _ Massimo Pedrazzini]

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