Il sacrificio del cervo sacro – La sceneggiatura di Yorgos Lanthimos e Efthymis Filippou

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

 

C’è chi ha tirato in ballo Kubrick, chi Haneke.

Sono riferimenti non infondati e per certi versi perfino espliciti, ma non colgono il cuore della storia. Il sacrificio del cervo sacro, premiato a Cannes 2017 per la sceneggiatura scritta dal regista Yorgos Lanthimos (The Lobster) con il suo fedele collaboratore Efthymis Filippou, è a tutti gli effetti una tragedia. Pur ambientato a Cincinnati, nell’Ohio, rilegge infatti in chiave contemporanea l’Ifigenia in Auride di Euripide. Della tragedia greca il film conserva la violenza bruta e non edulcorata, il senso di un procedere fatale degli eventi e soprattutto l’idea dell’ereditarietà della colpa: le colpe dei padri ricadono sui figli, e a volte i padri si trovano perfino a dover sacrificare una figlia pur di salvare sé stessi e il senso di una comunità. Proprio come nell’Ifigenia della mitologia classica.

L’incipit è brutale, allegorico e fatale al tempo stesso: un minuto di schermo nero e poi, sulle note dello Stabat Mater di Schubert, la ripresa dall’alto di un’operazione chirurgica su un cuore palpitante. Immagine-shock, volutamente disturbante. Come tutto quello che segue.

Perché il pregio maggiore della sceneggiatura, soprattutto nella prima parte, è la capacità di Lanthimos e Filippou di farci percepire l’insidia e la minaccia anche nell’inquadratura più banale, nella situazione più quotidiana. Il film inizia con immagini di ordinaria vita borghese: uno stimato cardiochirurgo parla di orologi con un collega, quindi incontra in un pub un adolescente a cui offre un pranzo con contorno di patatine, infine cena a casa con moglie e figli, e invita il figlio più piccolo a tagliarsi i capelli troppo lunghi. Ma in ognuna di queste scene c’è una tensione, un’ambiguità, un senso di sospetto e di colpa come neanche in un film di Polanski. Le musiche di Ligeti (ancora Kubrick…) contribuiscono a rafforzare l’atmosfera stridente, ma la sceneggiatura è perfetta nel disseminare l’intreccio di esche (l’orologio, le patatine, i capelli) che torneranno nella seconda parte e che risulteranno decisive – ciascuna a suo modo – nella risoluzione dell’intreccio.

Scopriremo infatti che il cardiochirurgo (un Colin Farrell barbuto e sonnambolico come il Tom Cruise di Eyes Wide Shut) anni prima ha provocato la morte di un uomo mentre lo operava al cuore in stato di ubriachezza. Ora, per lenire il senso di colpa, si prende cura del figlio della sua vittima, gli elargisce doni e protezione. Non sa – ma lo scoprirà presto – che quel ragazzo dallo sguardo sfuggente è forse un angelo sterminatore. E che il suo arrivo sta per portare la sua famiglia e la sua bella moglie (una Kidman finalmente di nuovo all’altezza della sua fama e della sua bellezza) sull’orlo dell’abisso, nel gorgo nero della vendetta e del sacrificio. Non vi dico come, ma trattandosi di tragedia ve lo lascio solo immaginare. Aggiungo solo che a un certo punto non è più solo l’Ifigenia di Euripide il modello, visto che entrano in campo anche la Bibbia con il sacrificio di Abramo e la scelta di Salomone. Ambizioso? Non c’è dubbio. Conciliante? Neanche per sogno. Disturbante? Certo. Ma chi ha visto anche solo uno dei precedenti film di Lanthimos sa che il cineasta greco non è il giullare di un cinema popcorn. È piuttosto uno che scortica il cinema e lo lascia lì, senza pelle, con i nervi scoperti, con il sangue che cola, con gli arti che si paralizzano e con tutte le immagini tese a fremere per noi.

Certo: qualcuno lamenta qualche incongruenza proprio nella sceneggiatura. Ad esempio il fatto che il medico protagonista a un certo punto vada dal preside dei suoi figli, come per demandare alla scuola la scelta che lui, da padre, non sa fare. O quella specie di roulette russa finale, con il volto coperto da passamontagna, quasi per lasciar – ancora una volta – che a decidere sia il fato. Sono peccati veniali. La forza di un film come questo sta nell’idea che per capire l’attualità bisogna tornare a modelli ancestrali. Perché lì, solo lì, nelle nostre radici più lontane, nel mondo magico e prerazionale che abbiamo per molti versi abiurato, c’è forse il segreto di quel che siamo diventati.

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