Rosso Istanbul – Le scenografie di Deniz Gokturk

di Gianni Canova

Due sdraio di vimini inquadrate di spalle.
Di fronte, le mille luci del Bosforo di notte.
Sulle sdraio, due amici, alticci dopo una festa: uno – Orhan – è ritornato a Istanbul dopo un esilio volontario durato vent’anni, l’altro – Deniz – regista di fama internazionale, ha chiamato l’amico per aiutarlo a finire di scrivere un romanzo.

È la scena-chiave di Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek, quella in cui il film gioca tutte le sue carte.
Tutto è quasi perfetto: la fotografia notturna di Gian Filippo Corticelli, l’inquadratura scelta, la tensione drammatica della recitazione, perfino la location. C’è un solo dettaglio che stride nella costruzione della scena: tra le due sdraio, appoggiate per terra, ci sono due bottiglie di superalcolici.
Una delle due è “sapientemente” rovesciata. Con nonchalance.
Vorrebbe essere il dettaglio che ci dice l’autenticità della scena e invece è l’elemento che rivela la sua inautenticità.
La vedi e “senti” – difficile spiegare come, ma lo “senti” – che quel set è stato “allestito”. Che è troppo verosimile per essere vero.
Un dettaglio di troppo compromette la sospensione dell’incredulità.
È davvero la scena-madre, quella in cui Deniz scompare.
Come Anna (Lea Massari) in L’avventura di Michelangelo Antonioni.
Il riferimento è tutt’altro che forzato o casuale.
Ozpetek, si sa, ama rivisitare – con competenza e con passione – i grandi classici del cinema italiano.
In Cuore sacro si era ispirato a Europa 51 di Roberto Rossellini, qui rievoca – appunto – L’avventura: stessa sparizione del protagonista a mezz’ora dall’inizio, stessa mancanza di cause, di motivazioni e di spiegazioni. Ma con una differenza: in L’avventura Anna spariva sull’isolotto di Lisca Bianca, nelle Eolie, dopo un dialogo con Sandro (Gabriele Ferzetti) sul tema del sentire.
Spariva e basta. Senza che la sua scomparsa fosse né annunciata né, successivamente, motivata.
Ozpetek sembrerebbe voler seguire la stessa strada, ma poi – come se avesse paura del vuoto in cui ci precipitava il film di Antonioni – inserisce anche qui – secondo me – un’inquadratura di troppo: Orhan, disteso sulla sdraio, apre gli occhi e intravvede Deniz che sta parlando con un ragazzo dai capelli lunghi inquadrato di spalle.
Poi chiude gli occhi di nuovo. Ma quel dettaglio, quella visione precaria, ha offerto al personaggio (e a noi spettatori) un indizio a cui aggrapparsi, una pista da percorrere, un sospetto da seguire.
Col risultato che al vuoto metafisico del film di Antonioni si sostituisce un pieno (un ingorgo…) di parole, di motivazioni e di spiegazioni che alla fine genera – almeno in me – una leggera sensazione di saturazione.

Qui tutto è spiegato. Perfino le possibili “interpretazioni” della scomparsa, analoghe a quelle di Antonioni (chi è scomparso si è fuso col luogo, è diventato isola in un caso e Bosforo nell’altro; oppure si è fuso con chi è rimasto, con l’amica Claudia-Monica Vitti in Antonioni o con Orhan in Ozpetek) sono dette ed enunciate apertamente invece che soltanto alluse.

Peccato: in un film pieno di pregi – di recitazione, di regia, di fotografia –proprio questo eccesso di scrittura e di scenografia rischia di rompere l’incanto.
Perché in Antonioni la quete della scomparsa Anna si sviluppava in una Sicilia mai così vera, così autentica, così spontaneamente protagonista.
In Rosso Istanbul, invece, i luoghi ci sono sempre o troppo o troppo poco.
Prendete il dialogo al bar fra Orhan e la bellissima Neval: alle loro spalle si intravvede da un lato un tavolino con tre ragazze velate, dall’altro un tavolino con alcuni ragazzi vistosamente vestiti all’occidentale.
Molto “programmatico”. Molto”esemplare”. Molto – ancora – “allestito”.
Dietro questa e molte altre scene, senti il fruscio delle pagine della sceneggiatura.
E ti accorgi che quel che manca, in Rosso Istanbul, paradossalmente, è proprio ciò che il titolo aveva promesso.

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