Revenant – Redivivo

di TBWA-admin

Il 16 gennaio è uscito al cinema Revenant di Alejandro González Iñárritu.
Leggi la trama e lasciati ispirare dalla fotogallery prima di inserire tra i commenti la tua recensione del film.
Condivideremo la più bella!

Trama

Tratto da una storia vera, Revenant racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle vergini terre americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene brutalmente attaccato da un orso e dato per morto dai membri del suo stesso gruppo di cacciatori. Nella sua lotta per la sopravvivenza, Glass sopporta inimmaginabili sofferenze, tra cui anche il tradimento del suo compagno John Fitzgerald (Tom Hardy). Mosso da una profonda determinazione e dall’amore per la sua famiglia, Glass dovrà superare un duro inverno nell’implacabile tentativo di sopravvivere e di trovare la sua redenzione.

Fotogallery

 

 

 

 

 

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Andrea Alesci 1 anno fa

Lo sguardo vindice di un uomo già morto Nel respiro di una terra sconfinatamente dura sta il muto grido del redivivo. Ed è un’eco di dolorosa vendetta western quella che ci rimane conficcata come una lama nella carne. La determinata rivalsa in un duello che mai avvenne nella vera storia di Hugo Glass, protagonista del romanzo costruito nel 2002 da Michael Punke e dal quale è tratto il film di Alejandro González Iñarritu. Ma non importa la verità dell’esploratore che guidò la spedizione americana del 1823 negli sconosciuti territori di Montana, North Dakota e South Dakota. Quel che conta è la verità di una storia trasposta sullo schermo dal regista messicano, il cuore insanguinato di un epico confronto tra l’uomo che è stato ferito (Hugo Glass / Leonardo DiCaprio) e l’uomo che ha tradito (John Ftizgerald / Tom Hardy). L’epicedio imbastito da chi non vuol morire come caposaldo di una ferina lotta degli uomini contro gli uomini (nell’uno contro uno, nello scontro di civiltà, nel fratricidio fra tribù indigene) e dell’uomo contro la natura. Di un uomo che nei bianchi campi lunghi assume i contorni di un fantasma perduto; di un uomo che nel sanguinario agone contro la bestia diventa un corpo dilaniato, un corpo che il nostro sguardo fatica a sostenere mentre Glass lotta per rimanere aggrappato alla vita, mentre è lì con la faccia nel fango e un grizzly da tre quintali che gli frantuma la schiena. Noi siamo lì con lui, giacché Iñarritu ci fa vivere un’esperienza che raramente si è potuta fare in una sala cinematografica, nemmeno con l’epocale 3D di Avatar. E ogni suo movimento dietro la macchina da presa è misurato, essenziale, ancestrale. Come il respiro che offusca ripetutamente la camera e che sale nel cielo del freddo Ovest per confondersi con le nuvole, pronte ogni volta a disegnare i tempestosi destini degli uomini. Almeno di uno in particolare: di quel Glass quasi ucciso dall’orso e sul quale rimangono a vegliare il figlio meticcio Hawk (Forrest Goodluck), il giovane Bridger (Will Poulter) e l’infido John Fitzgerald, che ammazzerà proprio Hawk davanti agli occhi impotenti del padre. Così, Glass/DiCaprio giace abbandonato, solo, dimenticato eppure vivo. E deciso ad avere la sua vendetta. Così ha inizio il suo viaggio, e l’opporsi di due visioni della vita: da un parte i doveri, la dedizione, i legami famigliari di Glass; dall’altra l’egoismo, il cinismo, la mera volontà di sopravvivere di Fitzgerald. Ed è anche il nostro viaggio, un viaggio che compiamo sotto un cielo che sembra in perenne movimento, scrutando un orizzonte che pare infinito, nella fredda luce di un paesaggio sapientemente illuminato da Emmanuel Lubezki. Scortati dal perpetuante gorgoglio dell’acqua che si accoppia col rantolo schiumoso di Hugo Glass, che fluisce ininterrotto coi sognanti bisbigli Pawnee di un amore annientato, che ci abbraccia insieme alle avvolgenti musiche di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, noi procediamo come fossimo corpi nudi tornati alle origini: da nutrire e scaldare. Procediamo nell’immensità di una natura ostile, dentro un film che misura ogni azione sulla bilancia della violenza: quella rancorosa dei locali Arikara contro le altre tribù; quella vergognosa dei francesi sulle donne locali; quella predatoria degli occidentali sulle genti del posto; infine, quella di un’atroce forza che sulla neve del West lascia strisce di sangue intrise di vendetta. La spietata vendetta di un redivivo, che guardandoci ci rimane attaccato alla pelle, come lembi di carne al midollo osseo di un animale svuotato.

Alexander Supertramp 2 anni fa

Un viaggio estenuante attraverso gli interminabili paesaggi innevati del Nord America, un viaggio metafisico attraverso la sconfinata complessità delle emozioni umane, un viaggio funambolico sulla "sottile linea rossa" che separa razionalità e follia, bellezza e violenza. A metà strada proprio tra il cinema "metafisico e trascendentale" di Malick e quello "naturalista e materialista" di Herzog, e permeato da quel ricorrente misticismo proprio della sua filmografia (con quell'eterno dualismo tra provvidenza divina e caso), Iñárritu indaga il rapporto tra l'uomo e la natura (o meglio la "lotta" tra l'uomo e la natura), ma sopratutto il rapporto tra l'uomo e la sua stessa natura interiore, scavando negli aspetti più intimi e fragili dell'animo umano. E lo fa portando in scena l'incredibile storia vera di Hugh Glass, un esploratore che negli anni Venti del XIX secolo rimase vittima dell'attacco di un orso. Convinti che non sarebbe sopravvissuto, i suoi compagni lo abbandonarono al suo destino. Salvatosi dall'incidente, Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito. Ma "Revenant" non è semplicemente una "survival story" o un "revenge movie" come la storia potrebbe far presagire, è molto più di tutto questo. Infatti Iñárritu, partendo da questa lineare struttura narrativa (dotata di una sceneggiatura scarna ed essenziale ma comunque efficace), ha voluto raccontare altro, ossia la "poesia" di un uomo abbandonato alle sue difficoltà, alle sue sofferenze e al suo dolore, di anima e corpo. Un uomo che combatte contro la primitiva ed estrema natura selvaggia e contro la stessa natura umana (ancor più primitiva e ancor più estrema), così da poter ritrovare la volontà di sopravvivere dopo aver perso tutto. Un vero e proprio viaggio esistenziale, fisico e mentale, alla ricerca di redenzione e alla ricerca di se stessi; e di cui le sequenze oniriche che vive il protagonista ne sono l'emblema, perché "concretizzano" questa spiritualità: l'unica via percorribile per distaccarsi completamente da questa terribile condizione terrena è proprio quella del sogno. Ma il regista messicano non si "limita" a tali aspetti, e va oltre, tentando di ri-portare alla memoria un tassello di storia ormai dimenticato, ossia l'origine di un'America intesa come nazione, una nazione nata dal genocidio sanguinario dei nativi, dall'impossessamento delle loro terre e dalla distruzione delle loro culture. Nativi ai quali è affidato il ruolo di "protettori" della terra e delle sue risorse, ma che al tempo stesso non possono fare a meno di diventare anch'essi "ingranaggio" di quella spirale di violenza portata dalla cosiddetta "civilizzazione". Nel film funziona tutto, a partire dalle interpretazioni attoriali: assolutamente "da Oscar". Su tutti un "sofferto" DiCaprio tutto sospiri, rantoli e grugniti, che non recita con le parole, ma lo fa con il corpo, con il viso e con gli occhi, riuscendo a emozionare e coinvolgere lo spettatore al punto da "costringerlo" a patire il suo dolore, la sua sofferenza, il freddo e il gelo; e con Hardy che mostra tutte le sue doti recitative interpretando un "odiosissimo" ma più che convincente "villain" senza sfumature, cinico e spietato (a tratti psicotico), che ben impersona l'avidità umana. Degne di nota anche le interpretazioni di Gleeson e Poulter: uomini che cercano in tutti i modi di rimanere ancorati ai propri valori e ai propri principi, in una terra e in un epoca dove però, probabilmente, era impossibile riuscirci. Ma l'altra grande protagonista è senza alcun dubbio l'indomita ed indomabile natura, rappresentata nella perfetta fusione tra violenza e bellezza, brutalità e splendore, crudezza ed incanto. Natura che è perfino parte integrante di una colonna sonora avvincente e avvolgente, che scandisce perfettamente il ritmo (a tratti febbrile e intenso, a tratti malinconico e lento) della pellicola. Encomio, inoltre, alla magnifica fotografia di Lubezki e alla maestosa regia di Iñárritu, tali da riuscire a coinvolgere lo spettatore come non mai, grazie all'esclusivo uso di luce naturale (così da ottenere il massimo realismo possibile in ogni singolo fotogramma), e grazie alla potenza visiva ed estetica di ogni singola inquadratura. Si passa così dagli strettissimi campi dei momenti più "intimi", in cui è percepibile perfino il respiro affannoso dei protagonisti, a campi così lunghi da far impallidire qualsiasi uomo, tanto questo è infinitesimale a cospetto di una natura infinita. Vanno ad aggiungersi a tutto ciò le frequenti visuali in soggettiva, le panoramiche a 360 gradi della macchina da presa intorno ai personaggi e gli efficacissimi piani sequenza "da togliere il fiato", "tocchi" geniali che non fanno altro che aumentare l'interazione con il pubblico, il quale non percepisce più alcun tipo di distacco o separazione dalla pellicola: l'obiettivo si appanna, si bagna e viene sporcato di fango, neve e sangue. A tal proposito l'attacco dell'orso è qualcosa di incredibile, di "inverosimile" per la crudezza disarmante con cui viene messo in scena, ma "inverosimile" proprio a causa della sua "autenticità". In altre parole, un film così reale da far dimenticare il concetto di "finzione", un'esperienza cinematografica totale e assoluta, lenta e inesorabile, viscerale e profonda, "esteta" nella forma e "spirituale" nel contenuto.

Jacopo Guidi 2 anni fa

1822. Nord Dakota. Il trapper Hugh Glass (Dicaprio), assunto come guida per una battuta di caccia alla ricerca di pellicce, sfugge all’attacco degli indiani Ree. Con lui si salvano una dozzina di uomini della spedizione, tra cui anche il figlio adolescente Hawk; insieme cercheranno di nascondersi fra le inospitali montagne innevate. A caccia di viveri Glass viene aggredito da un grizzly. Fisicamente distrutto e febbricitante viene preso in custodia da suo figlio e due volontari della compagnia: il mercenario John Fitzgerald (Tom Hardy) e il giovane Jim Bridger (Will Poulter). Il primo rimasto solo col figlio dell’esploratore lo ucciderà sotto gli occhi del padre infermo e convincerà Jim, ignaro dell'accaduto, ad abbandonare Glass. Isolato, privo di difese e furioso, l'esperto cacciatore farà di tutto per sopravvivere e vendicarsi. The Revenant è l’opera cinematografica che il regista messicano presenta dopo la vittoria di tre statuette nell’ultima edizione degli Academy Awards. Un film quindi molto atteso e accompagnato da una produzione faticosa durata nove mesi di riprese in un ambiente assolutamente non confortevole qual è l’inospitale natura della Columbia Britannica (la più occidentale delle province canadesi). Il cineasta non abbandona il suo prediletto oggetto di narrazione, la natura dell’uomo e la sua essenza, ritrovandolo qui in mezzo alle montagne rocciose del nord America, con una pellicola che sta a metà tra survival e revenge movie. La sceneggiatura è la rivisitazione ampiamente romanzata (inutilmente) del soggetto di Michael Punke, già utilizzato in "Uomo bianco va’ col tuo dio!" con il grande Richard Curtis (il primo Silente, per gli amici), che di per sé sarebbe potuto essere un film di Sergio Leone o John Ford, ma nelle mani di Iñárritu è diventato la base per un esercizio di stile di grande potenza e crudeltà visiva in una singolare idea registica (anche se per lui non nuova), che sporadicamente rimanda al nuovo cinema tedesco di Herzog, per il protagonismo dei paesaggi e la ricerca di situazioni estreme, e, ma solo in pochi tratti, all’estetica spirituale di Malick. Il regista di Birdman regala due ore me mezzo di pellicola che alterna grandi momenti di cinema ad altri di valore più classico, lavorando sull’essenzialità di una storia tesa a congelare sullo schermo quanto mostrato senza immergere mai veramente lo spettatore in quella natura esibita in maniera virtuosa, e spesso compiaciuta. Lo spettacolo è la rara bellezza della messa in scena d’una natura protagonista filtrata dalla fotografia di Emmanuel Lubenski, mai come prima in questo stato di grazia: con la sole luce naturale riesce a cogliere efficacemente paesaggi, silhouette degli attori e sguardi penetranti che si amalgamano per un sapiente uso di soluzioni ardite e il fondamentale ausilio di mezzi come droni e steadycam. Ciò che porta a complicare una trama già di suo non così edificante è il montaggio, talvolta confusionario, fortemente incentrato nel mostrare tanto e vanificare le tensioni del caso. Il tutto però non va mai a perdersi completamente grazie ad una colonna sonora congeniale, firmata Sakamoto – Nicolai, e a due interpretazioni di memorabile fattura: Dicaprio si concentra e incatena in una recitazione prettamente fisica, per la maggior parte del film a terra sporco ricoperto di piaghe e ferite, non mancando di imprimere sullo schermo estenuanti espressioni di sofferenza e affanno; il villan con il volto di Tom Hardy si distingue per l'affascinate lettura del personaggio, così convenzionale e allo stesso tempo interessante. Niente da disdegnare, entrambi meritevoli dell’ambita statuetta, il caro Leo in primis, il quale però, bisogna dirlo, ha regalato al cinema profili molto più completi dal punto di vista attoriale (su tutti Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street); il buon Tom ha invece letteralmente messo la quarta con Locke e Mad Max: Fury Road, mentre lo attendiamo ancora nella doppia interpretazione di Legend. Da non dimenticare, in ogni caso, Will Poulter (Jim Bridger) e Domhnall Gleeson (Andrew Henry, sergente della spedizione). The Revenant è quindi un'opera cinematografica nel vero senso del termine per l’arte mostrata senza mezzi 'termini' ma nella quale trova la sua stessa pecca, costipandosi a pellicola di fredda grande bellezza, lasciando tutto asettico e congelato nell’occhio dell’arte. Esagerati i 156 minuti di durata, riducibilissimi per quanto si doveva raccontare, riempiti dall'esibizione della natura che incornicia l'estrema interpretazione di Leonardo Dicaprio e quella più introspettiva di Tom Hardy. Ci sarà da festeggiare agli Oscar? Si, ma vedremo insieme fino a che punto.

Daniele Zeri 2 anni fa

Siamo all'inizio del 1800, al freddo gelido di un Nord America incontaminato e brutale. Hugh Glass è un esploratore unitosi ad una spedizione di cacciatori di pelli, per guidarli lungo il fiume Missouri e sventare gli attacchi delle tribù native. Attaccato da un grizzly e ridotto in fin di vita, viene abbandonato e tradito dai suoi compagni, per i quali il ferito non rappresenta che un ostacolo alle chance di sopravvivenza collettive. Creduto morto, Glass intraprenderà una personale odissea per tornare alla vita. Fresco di Oscar per "Birdman", Alejandro Gonzalez Iñárritu passa dagli angusti corridoi dei teatri di Broadway alle distese sconfinate di neve del North Dakota, realizzando un film profondamente diverso ma altrettanto ambizioso. Adattando una storia vera, Iñárritu ci parla di resilienza dell'essere umano e di istinto di sopravvivenza (forse ispirato dall'amico e compatriota Cuaròn in "Gravity"); di rapporto conflittuale e al tempo stesso materno con la natura (fortemente influenzato dal cinema di Terrence Malick, in particolare da "La Sottile Linea Rossa"); di uomini che cercano sè stessi strisciando nella terra e nel sangue, addentando ciò che resta di carcasse di animali e trovando dentro di esse riparo per la notte (non ai livelli di graficità di "Hard to be a God", ma comunque piuttosto realistici). E infine ci parla del desiderio e della natura della vendetta: cosa arriveresti a fare per vendetta? dov'è il limite dell'essere umano? A queste domande cerca di rispondere Leonardo di Caprio, interprete superlativo del redivivo di "The Revenant". Attraverso una serie infinita di smorfie, contorsionismi ed espressioni facciali, la fisicità del protagonista è portata agli estremi con assoluta credibilità. Già moltissimo si è detto su questo capolavoro interpretativo e su come non potrà che portare ad ambiti premi, ma la vera star di "The Revenant" è a mio avviso Emmanuel Lubezki. Il film è infatti stato realizzato interamente in luce naturale, in location: si tratta di un processo profondamente complesso a causa della variabilità delle condizioni, che limita il lavoro a determinate ore della giornata e che quindi incide fortemente sul budget di produzione. Filmato in digitale 65mm, "The Revenant" ha apparentemente segnato l'abbandono del direttore della fotografia messicano per il supporto analogico: il risultato è un tripudio di bellezza da togliere il fiato. Lubezki, memore del suo lavoro in "The Tree of Life", coglie il sublime della natura e dei volti sgrandangolati (usando solo ottiche tra il 12 e il 21mm) attraverso inquadrature ravvicinatissime, che ci trasportano letteralmente all'interno dell'azione, tanto che gli attori si trovano ad alitare sulla lente respirando. Le stesse scene d'azione sono fotografate con interminabili piani sequenza in steadycam, a dispetto del trend hollywoodiano di un montaggio serrato e incalzante, ottenendo un risultato assai più terrificante. Si può forse dire che "Chivo" Lubezki stia reinventando il modo di raccontare per immagini. Iñárritu, allo stesso modo, tenta di reinventare il genere western: da messicano negli Stati Uniti, l'autore ricorda non così subdolamente agli americani il loro passato da immigrati occupanti. La sua sceneggiatura non è certo impeccabile, i suoi dialoghi meno accurati, ma si tratta di un'opera meno autocompiaciuta rispetto ai precedenti film corali e meno esercizio di stile rispetto a "Birdman". E' una pellicola che dà il meglio di sè negli interminabili silenzi con momenti ispirati; più "fisica" (e non solo per il freddo che pare davvero entrarti nelle ossa e rubarti l'anima), ma senza la "metafisica" di Malick. "The Revenant" probabilmente non riscriverà la storia della settima arte, ma questo è il genere di blockbuster che fa bene al cinema contemporaneo.

Roberta Zambianchi 2 anni fa

In uno dei primi piani sequenza ti sembra di essere nella foresta, insieme a Glass alias Leonardo Di Caprio, con quel sole in controluce che ti acceca. Poi, pian piano, anche sul tuo corpo di spettatore arriva il freddo, lo senti, lo percepisci: neve, acqua, vento e poi ancora neve. Brividi. Un gelo totale misto al caldo causato dal bruciore delle ferite - del protagonista - aperte e sorganti di sangue. Ghiaccio e fuoco, insieme, opposti e complementari. Ma non solo corpo, anche parola che di rado viene usata e dove Di Caprio raggiunge livelli magistrali: parole che non escono, urli strozzati in gola, denti digrignati che emettono mugulati. Respira con affanno, grida di rabbia e di dolore insieme ai suoi occhi azzurri e lo fa con le labbra screpolate, rotte dal freddo, saguinanti. Non solo entra nel personaggio, ma lo crea, lo fa vivo senza bisogno di parlare. E proprio lì, dove il geniale Inarritu toglie voce ad uno straordinario Di Caprio, ecco che la regala ai paesaggi: belli, tremendamenti belli, in cui anche solo una semplice alba ha il potere di raccontare.

Sandro Staiano 2 anni fa

Promette bene, andrò a vederlo; mi pronuncerò poi!

Antonio Ruscitti 2 anni fa

Fantastico! Da vedere.

Carlo Lozi 2 anni fa

Visto. Mi è paiciuto molto.

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