Quo vado? – I costumi di Francesca Casciello

di Gianni Canova

La cravatta la sceglie fra le cinque o sei che gli propone mammà, presentandogliele una accanto all’altra, ben stese sul proprio fiero e materno avanbraccio. Si assomigliano tutte, le cravattine: oscillano fra il color vinaccia e l’amaranto, e lui sceglie quella più in tinta con la camicia a righine (vinaccia…) che indossa sotto il blazer. Cocco di mamma. Ha quasi quarant’anni, vive con i genitori, lavora (si fa per dire…) dall’altra parte della strada all’Ufficio Caccia e Pesca della Provincia ma per vestirsi, ogni mattina, ha bisogno dei consigli di mammà. Il posto fisso esige un look adeguato: e Checco Zalone, eroe del Posto Fisso e alfiere del Pubblico Impiego, onora il ruolo proprio a partire dal look. Elegante ma non troppo. Distinto con discrezione. Rispettabile senza incutere soggezione. Da perfetto italiano “educato”. Felice e contento di avere un Posto Fisso e di tenerselo ben stretto per tutta la vita.

Se Quo vado? sta provocando uno tsunami senza precedenti al box office del cinema italiano è anche perché tutto, nel film, funziona alla perfezione. Nei minimi dettagli. In tutti comparti. Dalla sceneggiatura (scritta da Zalone e Nunziante con cura artigianale, precisione maniacale e humour geniale) alla musica (il celentanesco La prima Repubblica non si scorda mai è già un hit su tutte le radio del Belpaese), dalla fotografia (del bravo Vittorio Omodei Zorini, autore in passato delle immagini di film come Sonetaula e I nostri ragazzi) via via fino ai costumi. La costumista Francesca Casciello (che in precedenza aveva lavorato con Susanna Nicchiarelli per Cosmonauta e La scoperta dell’alba, e prima ancora con autori come Renato De Maria, Gianluca Maria Tavarelli e Maria Sole Tognazzi) aveva di fronte un compito non facile: come “vestire” un personaggio che doveva far ridere senza essere grottesco (Zalone non è Cetto La Qualunque…), incarnando al contempo il prototipo dell’italiano medio in cui ogni spettatore potesse riconoscere non tanto se stesso quanto il proprio vicino di casa o d’ufficio o di scuola. La scelta è caduta su giacca, cravatta e camicie a righine ton sur ton, sempre ed ovunque. Perfino al Polo Nord, dove Checco arriva vestito come se dovesse presentarsi in ufficio a Capurso o a Ruvo di Puglia, in giacca blu e camicia con collo button down a quadrettini blu e marroncini, e con la parte posteriore della cravatta infilata nella camicia per non farla sballonzolare sulla pancetta da italiano medio orgogliosamente esibita.

Come non riconoscersi in un personaggio così? Un monumento vivente al virus dell’italianità e al contempo uno sberleffo ghignante a quell’italianità che così sapientemente incarna? Come ogni italiano, Checco in un primo momento non capisce i contesti diversi in cui la sorte malevola e la perfida dirigente dott.ssa Sironi (una sorprendente e perfetta Sonia Bergamasco) lo trasferiscono a ripetizione per indurlo a dimettersi e a rinunciare al posto fisso. Poi però rapidamente si adatta. Si conforma. Come una sorta di Zelig nostrano, si adegua al contesto. Si mimetizza. E lo fa proprio a cominciare dal look. In Norvegia, ad esempio, si dota in fretta di una giacca a vento arancione. Vistosa quanto basta per farsi notare anche nel biancore accecante del Polo. Certo: la sera in cui aspetta una visita della bella ricercatrice di cui si è invaghito, indossa un pigiamino di seta blu griffato da 600 euro (l’italiano medio è sempre molto venale e attento al valore di scambio delle merci…) con tanto di foulard rosso al collo. Poi però impara in fretta che quel modello “galante” e finto-dandy lì, in Scandinavia, dove i padri girano ignudi per casa, non funziona proprio e così si fa crescere un pizzetto biondo in perfetto stile “vichingo” che farà inorridire la mamma pugliese in visita al figlio nel freddo del profondo Nord. Se lo taglierà, il pizzetto, ed eliminerà l’effetto ossigenato su barba e capelli, per far contenta mammà, certo, ma anche perché nel frattempo avrà deciso di tornare in Italia preso dall’inguaribile nostalgia per la dolcezza del vivere nel Belpaese. Prima di farlo, però, Checco (e il suo bravissimo regista e co-sceneggiatore Gennaro Nunziante) avranno strapazzato per bene le ossessioni, gli stereotipi e i luoghi comuni non tanto e non solo della “maschera” del cozzalone-pugliese-in-trasferta-nomadica-per-la-difesa-del-posto-fisso ma anche e soprattutto del pubblico che ride – di noi tutti che ridiamo – di fronte alle ingenuità, all’ignoranza e ai pregiudizi di un personaggio che incredibilmente ci assomiglia, e di fronte a cui ogni buon senso deraglia. Alla fine, dopo che abbiamo riso di un personaggio che veste come noi, guida come noi, posteggia in seconda fila come noi, mangia come noi, vede gli stranieri come li vediamo noi, e ha proprio tutti i nostri pregiudizi e incarna i nostri stereotipi, resta una domanda aperta: di cosa ridiamo quando ridiamo di Checco? E’, il nostro, un riso di riconoscimento o di distanziamento? Ridiamo perché ci sentiamo come lui o perché ci illudiamo che noi, proprio noi, non siamo come lui? E’ un riso che ci assolve o un riso che ci chiama in causa? Un riso che ci scagiona o un riso che ci condanna?

 

(Foto di Maurizio Raspante)

 

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