A Quiet Place – Un posto tranquillo. La sceneggiatura di Scott Beck, Bryan Wood e John Krasinski

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 1 minuti

C’è una sfida non da poco alla base di un film come A Quiet Place: quella di riuscire a costruire una drammaturgia del silenzio. Una storia quasi senza dialoghi. Senza parole. Senza discorsi. Una storia capace, appunto, di far parlare i suoni e i rumori che – con differente intensità – rompono o infrangono il silenzio in cui è immerso il mondo rappresentato. Siamo in uno dei tanti futuri distopici a cui ci sta abituando il cinema contemporaneo: l’umanità è quasi scomparsa, sopravvive solo chi impara a non produrre rumori. Perché le creature che si stanno impadronendo del mondo (alieni? mutanti? cyborg?) percepiscono la realtà solo in forma sonora. Non vedono, non annusano. Sentono: se fai rumore, sei spacciato. Quindi devi imparare a vivere cancellando i rumori. La famiglia Abbott è facilitata: hanno una figlia sordomuta, sono già tutti abituati a comunicare con il linguaggio dei segni. Con un alfabeto e un lessico afono. Possono fare a meno delle parole pronunciate. Ma i rumori sono sempre in agguato: basta un piede sopra una foglia secca per segnalare alle Creature la tua presenza. La sceneggiatura scritta a sei mani da Scott Beck, Bryan Wood e John Krasinski (che del film è anche regista e interprete principale) è tutta costruita a partire da questa idea iniziale. Ed ha il pregio di essere pensata acusticamente: i suoni, i rumori, i bisbigli, i passi, i sussurri, le grida sono non solo una partitura che interagisce con effetti di altissima tensione con la colonna sonora extradiegetica di Marco Beltrami (The Hurt Locker), ma costituiscono la materia prima che fa andare avanti il racconto. Così, di volta in volta, è il rumore di razzo-giocattolo a provocare il primo attacco letale, e poi sono un fuoco o un chiodo, un oggetto che cade o una porta che sbatte, a innescare il pericolo e ad alimentare la tensione, ma anche – come nel caso dei fuochi d’artificio – a distogliere l’attenzione e a spostare la minaccia su falsi obiettivi. Per non parlare dei rumori prodotti dalle Creature: sordi, secchi, metallici, taglienti, stridenti, sono quasi più spaventosi della forma che mostrano quando appaiono, nel loro mix fra Alien e un mostro uscito fuori da Resident Evil. Dal punto di vista estetico, siamo dalle parti di It Follows o di The Visit di M. Night Shyamalan, cioè di quel nuovo horror – molto “contemporaneo” – che riesce a generare una tensione altissima con pochi materiali e con una raffinata intelligenza di scrittura. Ci sono scene, in A Quiet Place, che non si dimenticano: quella della madre che partorisce nella vasca da bagno e deve impedire a se stessa di urlare e al neonato di piangere, quella dei figli caduti nel silos di granturco, quella del sacrificio del padre di fronte alla Belva. Si esce dal cinema con i muscoli tesi allo spasimo. E si sta attenti ai rumori del mondo come mai era successo prima: segno che il cinema sa ancora essere una palestra che ci addestra a sentire e ad usare meglio i sensi con cui percepiamo il mondo.

Tags

, , , , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema