Quel Leone filippino nella Mostra delle star…

di Laura Delli Colli

È stato il trionfo del cinema d’autore: il Leone d’Oro consegna alla storia della Mostra del Cinema di Venezia, con il filippino Lav Diaz non solo un regista di culto ma un film, The woman who left, che ha già battuto il record della durata alla Mostra 73, con le sue 3 ore e 46 minuti di racconto in bianco e nero. È stata anche la Mostra in cui la Giuria ha sorpreso almeno per tre scelte: l’ex aequo a La región salvaje di Amat Escalante e a Paradise di Andrei Konchalovsky, la sceneggiatura a Noah Oppenheim per Jackie di Pablo Larraín (che sembrava poter essere candidato, almeno alla Coppa Volpi femminile) e soprattutto il Premio Speciale della Giuria a The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, riconoscimento talmente voluto da Laurie Anderson che è stata proprio lei, l’artista più innovativa e stravagante tra i giurati di quest’edizione, a volerlo consegnare alla regista.  Domanda del giorno dopo: perchè in una Mostra che ha affidato la Giuria a Sam Mendes (il regista americano che ha girato l’ultimo superspettacolare 007) il Leone va, alla fine, al film più autoriale e lontano dal mercato della selezione ufficiale? Le Giurie sono sovrane e imprevedibili e i festival sono macchine sorprendenti, rispondono sostanzialmente il giorno dopo, di prima mattina, il Presidente della Biennale Paolo Baratta e il Direttore Alberto Barbera. Lav Diaz non è una novità a Venezia e nel mondo dei festival (a Berlino aveva portato un film lungo addirittura 9 ore!) Il tema centrale è piuttosto nel rapporto con la spettacolarità del cinema e con il pubblico: non è un caso che il menu della Mostra abbia guardato con una nuova attenzione (già confermata) alle majors e che, oltre al Presidente Mendes e ad alcuni titoli già di sicuro successo, Venezia 73 abbia schierato sul red carpet perfino la cavalleria rendendo omaggio nella serata finale, al genere dei generi, il western con Denzel Washington alla testa dei Magnifici sette in un remake memorabile.

“Venezia crea valore” dice convinto Baratta “E sarebbe stato, al contrario, un problema se la Mostra si fosse conclusa proprio con la vittoria di un film statunitense”. Gli ultimi autori a stelle e strisce ad aver trionfato alla Mostra? Pochissimi, ma tra questi ricordiamo senza dubbio nel 2010 il film di Sofia Coppola, Americana. E donna. Sei anni dopo le autrici tornano nel palmarès con The Bad Batch di Lily Amirpour (anche se la sua protagonista cannibale non ha convinto affatto critici e pubblico) e soprattutto in Orizzonti dove, con Home di Fien Troch premiata per la regia svetta, vincitrice della sezione, la nostra Federica Di Giacomo che ha girato con Liberami un documentario potente sul tema e sul mondo degli esorcisti, degno, dice oggi Barbera, anche senza effetti speciali, di competere sul tema pure con un film ‘storico’ come L’esorcista.

Una sorpresa e un bel successo per il cinema al femminile che già schiera, come annuncia il Presidente, sei nomi su dodici tra i candidati ad essere finanziati da Biennale College e un segno di novità che fa pensare, oggi, come a Venezia solo Roberta Torre nel già lontano ’97 abbia conquistato un premio importante.

Vincitori, vinti, progetti e ‘pagelle’ finali: tra i vincitori, oltre i premi c’è senz’altro il cinema del reale che con Liberami ha battuto anche le due ore estetizzanti di Spira mirabilis. In testa agli sconfitti, quindi, tutto il cinema italiano del concorso, in una scelta che il Direttore giustifica oggi come l’unica possibile visto che gli autori sono tutti al lavoro e la Mostra è caduta in un semestre difficile. Insiste Barbera: “Credetemi, questa giuria ha prodotto un verdetto molto più equilibrato di tante altre… Conciliare il grande cinema d’autore con la novità è del resto la mission dei grandi festival”.

E la Mostra ha già girato pagina: dicono Baratta e Barbera “gli americani sanno che offre comunque prestigio internazionale, grande visibiità, rigore nella qualità e i divi sono tornati. Il 30 Agosto 2017, tutti di nuovo qui”.

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