Phoenix

di TBWA-admin

Giugno 1945, la guerra è finita (finalmente). Ferita e con il volto sfigurato, sopravvissuta alla macchina dell’orrore del campo di concentramento di Auschwitz, il tragico luogo dove furono uccise oltre un milione di persone, Nelly (interpretata da Nina Hoss) torna a Berlino. In seguito a un invasivo intervento chirurgico al viso, la donna cerca il marito Johnny (Ronald Zehrfeld), abbandonato prima del coercitivo viaggio nel desolato campo di morte polacco. Quando Nelly ritrova Johnny, lui non la riconosce più, l’operazione l’ha resa quasi irriconoscibile.

 

Phoenix, del regista tedesco Christian Petzold, già apprezzato per lavori come La scelta di Barbara (2012), è un thriller sentimentale e politico che affronta il tema del genocidio ebraico da un punto di vista inedito. La chiave di volta è l’interpretazione di Nina Hoss, al suo quinto lavoro con il regista cresciuto nella Scuola di Berlino, brava nel rappresentare il dolore della sua condizione di ripudiata della società tedesca negli anni della dittatura nazista così come quello di moglie desiderosa di scoprire se il tradimento del marito, dubbio inculcatole dalla sua miglior amica, sia reale o bugiardo. Sullo sfondo un’eredità a tanti zeri che potrebbe fare molto comodo a Johnny.

 

Petzold è stato molto bravo a trattare il tema della riconciliazione con un linguaggio raffinato. Ha lasciato ai protagonisti le capacità di trasmettere le emozioni, facendo della regia e del montaggio uno strumento di completamento. Affronta sia il tema della bellezza (un volto che si trasforma) che quello del perdono, ponendo molti interrogativi ma lasciando risposte aperte agli spettatori. E lo fa da tedesco che parla della Germania post-hitleriana, non cadendo in banalità o format già sviluppati.

 

Cosa significa ritornare dai campi di sterminio? Cosa vuol dire ritornare in quel paese amato, ma che era stato fermo a guardare mentre la polizia prelevava le persone dalle case?

 

Moltissimi libri e altrettante pellicole hanno descritto la Shoah, hanno raccontato dove nacque la forza di uno dei più sanguinari dittatori del Novecento, come raccolse il sostegno democratico e politico. Molti di questi lavori si sono fermati all’arrivo dei militari sovietici con la bandiera rossa sul Reichstag oppure all’apertura dei cancelli dei campi di concentramento dove tristemente cappeggiava la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. In pochi hanno raccontato il 1945 dopo la caduta dell’Impero della svastica e il ritorno a casa di tante persone che per molti anni avevano vissuto serenamente nelle strade delle città tedesche. Primo Levi lo fece per l’Italia nel romanzo La tregua (Premio Campiello nel 1963), portato al cinema nel 1997 da Francesco Rosi.

 

Con questo lavoro Petzold cerca di farlo per la Germania. Johnny, durante una scena dei novantotto minuti della pellicola, dice a Nelly: “Nessuno chiederà dei campi, nessuno vuole veramente sapere”. Perzold invece sì e lo fa con gli occhi femminili della sua musa preferita.

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