Pericle il nero: la produzione di Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri

di Gianni Canova

Come fanno un attore o un’attrice italiani, oggi, a recitare in film che non siano a priori rassicuranti e consolatori? In film che si prendano dei rischi, anche a costo di non piacere al grande pubblico? C’è una sola strada sicura: quella di diventare produttori di se stessi. Di non limitarsi più a fare gli interpreti di storie scritte da altri, ma di impegnarsi in prima persona fin dall’inizio del processo produttivo. Riccardo Scamarcio e Valeria Golino hanno scelto proprio questa strada: in collaborazione con Viola Prestieri (che viene dalla crew di Paolo Sorrentino), nel 2013 hanno fondato una loro nuova casa di produzione (la Buena Onda) e si sono messi a produrre film: prima l’esordio della Golino alla regia (Miele, 2013),  poi il film di Gaudino Per amor vostro (con cui la Golino ha vinto la Coppa Volpi a Venezia nel 2015 misurandosi con una prova d’attrice difficilissima e rischiosa) e ora il film di Stefano Mordini Pericle il nero, a Cannes nella sezione Un certain regard, con Riccardo Scamarcio impegnato in una prova lontanissima dai cliché e dagli stereotipi che hanno contribuito a decretare la sua popolarità.

Qui Scamarcio fa un personaggio scomodo ed ombroso: il tirapiedi di un boss camorrista che per lavoro è incaricato di ”fare il culo alla gente”. Letteralmente senza metafore. L’azione si svolge a Liegi, e ha il suo fulcro nella comunità di italiani che si sono trasferiti lì. Nel romanzo di Giuseppe Ferrandino da cui è tratto il film l’azione invece si svolgeva a Napoli. Ma Scamarcio-produttore preferisce delocalizzare. Gli piace l’attrito fra il freddo delle notti del Nord e il calore dell’animo partenopeo. Così porta l’azione nel buio delle fredde notti del Belgio, e trasforma il romanzo d’origine in una sorta di polar. A leggere con attenzione i titoli di testa del film, si nota che figurano come co-produttori anche i fratelli Dardenne, alfieri di un cinema antropologico attentissimo a indagare sui reietti del mondo contemporaneo. Che siano stati loro a spingere per lo spostamento dell’azione nel loro paese, in un contesto socio-economico e culturale che conoscono bene? A sentire Mordini e Scamarcio parrebbe di no: i Dardenne sono entrati in produzione quando l’ambientazione era già decisa e hanno apportato la loro conoscenza approfondita non solo dei luoghi, ma anche dei tipi umani che il film mette in scena. Lo scenografo Igor Gabriel, ad esempio, è un abituale collaboratore dei Dardenne, e ha lavorato con loro in tutti i film più importanti, da Rosetta a L’enfant fino a Due giorni, una notte. La sua presenza garantisce la tenuta realistica degli spazi e degli ambienti, oltre che quella patina di assoluta credibilità che il suo lavoro dà a tutti i film dei due fratelli registi. Nel romanzo poi Pericle fugge da Napoli a Pescara, nel film invece fugge a Calais, in un non luogo che però offre una seconda chance alla sua grigia esistenza irrisolta.

Anche qui, la scelta è prima di tutto produttiva, ma poi diventa subito estetica: se nella parte ambientata a Liegi dominava il buio, a Calais invece si esce all’aperto, in esterno giorno, e la luce o l’ariosità del luogo influenzano anche lo spirito dei personaggi.

Fragile, solo, sbandato, nel libro Pericle è descritto come un uomo grasso, bianco di capelli e dall’aspetto sgradevole. Scamarcio-produttore ha dovuto lavorare su Scamarcio-attore per adattare l personaggio al suo aspetto fisico:  ecco allora i capelli raccolti a codino, il giubbotto di finta pelle, lo sguardo freddo ma penetrante, il nero come colore dominante. La regia di Stefano Mordini (che è subentrato alla direzione del film dopo che in un primo tempo si erano fatto i nomi di Abel Ferrara e Francesco Patierno) asseconda la filosofia produttiva che sta alla base dell’operazione e fa di Pericle il nero il ritratto crudo ma partecipe di un loser dei nostri tempi che a un certo punto decide di provare comunque a giocarsi la vita. A qualunque costo.

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