Perfetti sconosciuti: al Tribeca vince la commedia all’italiana

di Laura Delli Colli

«Dedico questo premio a tutti gli attori perché senza di loro questa sceneggiatura sarebbe niente». E’ stato generoso Paolo Genovese sul palco del Tribeca Film Festival a New York, dove ha appena ricevuto, clamorosamente, siglando a tempo di record in Italia e nel mondo, dopo il David, una doppietta alla Totti, il premio “miglior sceneggiatura” per il suo Perfetti Sconosciuti. Ma è la verità: se un film è corale e nasce anche dalla sintonia di un gruppo che è legato da un’amicizia nella vita, un film può diventare un fenomeno virale e i premi dimostrano che il successo, non solo in Italia ma nel mondo, è anche il risultato di una perfetta condivisione tra la pagina scritta e le interpretazioni, tra il copione e la capacità di rappresentarlo alla perfezione.

Incassi record, pubblico allertato in una sorta di passaparola collettivo, un plot capace di farci riflettere su qualcosa che riguarda tutti, in realtà Perfetti sconosciuti ha vinto ai David e continua ora a conquistare anche nel mondo giurie e pubblico proprio perché nasce da una scrittura ‘a orologeria’: asciutta, precisa, con le parole giuste perfino nel dialogo tra padre e figlia adolescente. Un dialogo attraverso il cellulare che è comunque, con le nostre paure e le nostre manie, il vero protagonista del film. Ha detto fin dall’inizio Paolo Genovese che Perfetti sconosciuti vuol essere attraverso lo smartphone un film sulla ‘scatola nera’ che contiene tutti i segreti della vita più privata di ognuno di noi. Un meccanismo premiato ai David di Donatello proprio per la migliore sceneggiatura, il riconoscimento che nella stessa serata è stato un perfetto assist per preparare il pubblico all’annuncio di un premio ancora più importante, quello che Genovese ha vinto ai David anche per la migliore sceneggiatura.

Il film è firmato con il regista da quattro sceneggiatori -Rolando Ravello, Filippo Bologna, Paolo Costella e Paola Mannini- uno dei quali- Ravello- è anche e soprattutto un attore, regista come, del resto a proposito di comicità, è anche Costella.

Ma il vero successo del film, il soggetto del quale è già stato richiesto e venduto a decine e decine di Paesi nel mondo è la sua universalità e la capacità di far conoscere il cinema italiano oltre i confini di casa con uan commedia: «Certo, tutti vogliamo la celebrità a casa –ha appena detto a New York Genovese- ma vogliamo anche esportare i nostri film e farsi conoscere all’estero è difficile». Vero. Assolutamente vero soprattutto perché ancora resta l’equivoco secondo il quale proprio la commedia, a dispetto di una tradizione vincente e unica in Italia, nei più grandi festival del mondo non sia un genere esportabile o proponibile se con in seconda battuta oltre il cinema d’autore. Lo sanno bene gli autori delle commedie italiane che, alla fine, non entrano nella selezione del concorso di Venezia, per esempio. E sono generalmente poco amate anche dai direttori di altri festival importanti, anche in Italia. Non è così quando la commedia non è solo cinema comico ma fa riflettere e ha un retrogusto amaro e Perfetti sconosciuti lo dimostra continuando a fare centro. Non solo in Italia ma nel mondo.

Un buon motivo per fermarsi a riflettere sulla qualità: la commedia ne ha bisogno più del cinema d’autore perché quando diventa commedia d’autore, pensata, ben scritta, calibrata negli ingredienti come si fa in una ricetta perfetta, aderente alla storia dei personaggi che mette in scena, è il cinema che mette un Paese, una società, un mondo nella condizione di guardarsi allo specchio. E lo specchio, si sa, se non è volutamente deformante, mette a nudo implacabilmente anche i vizi, i segreti, le manie, i tic, i pensieri.

Come lo smartphone nel film, insomma, ci costringe a fare i conti con la nostra ‘scatola nera’. E, assomigliandoci davvero, funziona.

 

 

 

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