Penultimo giorno: è tempo di commozione

di TBWA-admin

 Ci volevano due film italiani fuori concorso per far scattare le lacrime al pubblico e agli addetti ai lavori. L’aria di fine festival è perfettamente in linea con le pellicole presentate oggi, La prima neve di Andrea Segre, sul senso della perdita e dell’incontro con altri, e “Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini” che ha visto Ettore Scola sbarcare al Lido per celebrare l’amico e collega a venti anni dalla sua scomparsa”.

“Mi stupisce sapere che questo film ha commosso tanto: non era mia intenzione, avrei tradito il cinismo di cui spesso mi accusano”, chiosa con l’inconfondibile sarcasmo Scola, e aggiunge: “C’è da piangere per chi muore dimenticato senza lasciare traccia, non per Federico. No, non è assolutamente un film commovente, Federico non fa piangere: era autoironico, allegro, sorridente e sognatore.

È stato accusato di essere qualunquista e maschilista, ma lui era esattamente l’opposto. Nessuno ha mai guardato la Saraghina o Anita Ekberg con gli stessi occhi con cui le guardava lui. Aveva una grande tenerezza soprattutto per i giovani. Ecco, il mio film è rivolto soprattutto ai giovani, perché lo vedano e perché Fellini ha parlato soprattutto a loro”.

Giovanissimo il protagonista talentuoso di La prima neve di Andrea Segre, Matteo Marchel, nei panni di un ragazzino che convive con l’angoscia di aver perso un padre. Incontrerà Dani, in fuga dalla guerra in Libia e da un trauma (la morte della moglie) che lo perseguita. Un film su come l’incontro e la condivisione possano alleviare dolori implacabili: “Il terreno della mia ricerca è la dignità che sta dentro la crisi: perdere un padre o una moglie sono enormi sofferenze che la vita ti consegna, la rinascita si concentra nella forza dell’incontro”.

E sugli stranieri in Italia: “Sono tantissimi quelli che, come il protagonista del mio film (Dani/Jean-Christophe Folly), fanno parte delle nostre famiglie, aziende e comunità, è una normalità che non viene mai raccontata – parliamo sempre di immigrazione in termine di problemi- e che io volevo fotografare attraverso un tema che mi è caro come la perdita del padre”.

Così Folly: “Ho incontrato tre africani che hanno vissuto il viaggio dalla Libia all’Italia, mi hanno parlato della loro esperienza e li ho ascoltati a lungo per prepararmi al ruolo: non sono nato in Africa ma in Normandia, ma conosco bene l’Africa perché la mia famiglia vive lì”. Nel film c’è anche Anita Caprioli, nei panni della mamma in crisi di Matteo, impegnata quindi a fare da valvola di sfogo al piccolo adulto:  “Abbiamo lavorato sui personaggi ma anche sul sentire, su ciò che le scene rappresentavano e su ciò che ognuno di noi poteva apportarvi a livello emotivo. Lavorare con i non attori è una chance in più, specie con un ragazzino di 11 anni con una sensibilità così raffinata”.

 

Di Claudia Catalli e foto di Federica De Masi © Oggialcinema.net

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