Paterson – La sceneggiatura di Jim Jarmusch

di Gianni Canova

Il cerchio. È questa la figura-chiave che Jim Jarmusch ha assunto non solo come forma-matrice della sceneggiatura di Paterson, ma anche come leitmotiv visivo del film che mette in scena la sceneggiatura stessa. Vediamo come.

Sul piano della sceneggiatura: in Paterson tutto si ripete. Per sette giorni, ogni mattina il protagonista (che si chiama come il film, Paterson) si sveglia alle 6.10, si alza, fa colazione nella stessa tazza, esce di casa e comincia a fare il suo lavoro di autista di autobus in una piccola cittadina del New Jersey che si chiama come lui, Paterson (per inciso: l’attore che interpreta Paterson ha lo stesso nome del mestiere che fa il personaggio: Driver, autista). In pausa-pranzo Paterson apre il suo taccuino e scrive versi: è un poeta, cerca le parole giuste per dar forma alle emozioni e al sentimento della vita. Poi torna a guidare l’autobus. Ogni giorno capta stralci di conversazioni fra i passeggeri e incontra coppie di gemelli. Poi, finito il turno, torna a casa e raddrizza ogni sera la cassetta della posta puntualmente storta, poi riabbraccia l’amata moglie Laura (come la donna cantata dal Petrarca, puntualmente citato assieme a Dante), porta a spasso il cane Marvin e beve una birra sempre nel medesimo pub. Tutto qui. La vita gira, tutto si ripete. Sempre uguale, eppure sempre diverso. Perché ogni giorno sono diverse le coppie di gemelli, diverse le poesie che scrive, diversi i discorsi captati sull’autobus tra i passeggeri (deliziosi quelli sul pugile Hurricane Carter e quelli fra i due ragazzini anarchici e romantici che parlano con ammirazione di Gaetano Bresci, il libertario italiano che uccise a Monza il re Umberto 1 e che non fu giustiziato perché in Italia già agli inizi del ‘900 non c’era la pena di morte…). Se in altri suoi film – da Ghost Dog a Dead Man – Jarmusch ha raccontato percorsi e derive, fughe   e ritorni, qui mette in scena la recursività del vivere. L’azione – almeno in apparenza – non progredisce, circola. La storia scivola. Come Paterson alla guida del suo autobus: stesso percorso, stessi paesaggi. Ma ogni giorno in modo differente dal giorno prima.

Sul piano visivo: il cerchio è la figura dominante anche nel sistema degli oggetti che Jarmusch mette in scena. Rotonda è la sveglia che suona ogni mattina e strappa Paterson dal sonno e dalle braccia della moglie, ma tonda è anche la tazza in cui fa colazione, inquadrata dall’alto, in soggettiva e in dettaglio. Ma cerchi sono le forme che la moglie – ossessionata dal bianco e nero – dipinge sulle tende della doccia, circolari i cupcakes che prepara e decora per provare a venderli al mercato, tonda la ruota posteriore appesa al retro della sua auto, tondo il volante dell’autobus, tondo l’oblò della lavatrice. Ogni volta che c’è un cerchio in vista, Jarmusch gli regala un’inquadratura insistita e sottolinea la sua presenza, tanto da farne – come si diceva – la forma simbolica che si impone allo sguardo e che presiede anche all’andamento ritmico del film. Tutto gira, tutto torna. Ogni giorno è gemello dell’altro: cioé uguale eppure diverso. E’ un film quieto, Paterson. Non urla, sussurra. Non corre, pattina. Non scalpita, attende. C’è qualcosa di zen nell’atteggiamento di stupore e meraviglia con cui Paterson e la moglie vivono la vita di tutti i giorni, e nel piacere delle chiacchiere (come già nel delizioso Coffee and Cigarettes) che scandiscono la storia. Eppure.

Eppure, la struttura a ripetizione si incastra in una cornice temporale che scandisce gli avvenimenti distribuendoli nei vari giorni della settimana. Lunedì, martedì, mercoledì, e così via, per sette giorni.Mentre il tempo scorre, sembrerebbe che Jarmusch abbia bisogno di sette giorni per costruire un mondo. Invece – ma lo scopriamo solo alla fine – lo distrugge. Al settimo giorno arriva la catastrofe. Piccola catastrofe, si intende: non c’è posto a Paterson – il paese in cui nacque il poeta William Carlos Williams e in cui crebbe Allen Ginsberg – per nulla di eccessivo. Eppure la catastrofe riguarda proprio il linguaggio, le parole. E l’agente che la provoca è – tra i vari personaggi – il più “insospettabile”. Anche a Paterson, l’inatteso irrompe. Ma il film che porta il nome del luogo non finisce sul paesaggio di macerie “linguistiche”. Quando tutto parrebbe finito, il cerchio riprende a girare, e comincia un’altra settimana. Dopo la domenica, c’è ancora un altro lunedì. Nel cerchio, fine e inizio coincidono. Come nella vita?

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