Oscar 2016: miglior regia

di Gianni Canova

Tom McCarthy (Spotlight)

Adam McKay (La grande scommessa)

George Miller (Mad Max: Fury Road)

Alejandro Gonzales Inarritu (Revenant)

Lenny Abrahamson (Room)

 

Cosa significa fare il regista, oggi?

Scegliendo il vincitore della categoria Best Director i giurati dell’Academy domenica notte daranno un’implicita risposta – dal loro punto di vista – anche a questa domanda. Fra i cinque candidati, due sembrano essere i favoriti: il 53enne Alejandro Gonzales Inarritu e il 71enne George Miller. Da una parte il messicano che continua a sparare bordate contro Hollywood, e a lamentarsi del fatto che Hollywood non favorirebbe il talento, pur continuando a ricevere da Hollywood riconoscimenti e premi, dall’altro lato l’australiano gentile che porta a compimento 40 anni dopo una saga post-apocalittica inaugurata addirittura nel lontano 1979. Se vincesse Inarritu, che l’Oscar alla regia lo ha giù vinto lo scorso anno con Birdman, entrerebbe nella storia del cinema per essere uno dei pochi registi che hanno vinto l’Oscar due anni di fila. Prima di lui c’erano riusciti – scusate se è poco – solo John Ford e Joseph Mankiewicz. Se vincesse Miller, sarebbe la dimostrazione vivente di come la giovinezza al cinema non sia mai solo una questione anagrafica: pur essendo girato da un settantenne, Mad Max: Fury Road è il film più giovane, spericolato, visionario e travolgente fra tutti quelli in lizza alla notte degli Oscar.

Io ho amato molto entrambi.

Li ho amati e li amo perché entrambi ti offrono quell’esperienza unica che ti sa dare il cinema quando è grande cinema: la sensazione di immergerti in un modo che ti fa dimenticare il mondo reale. Inarritu mi ha immerso per due ore e mezza nel gelo e nel freddo del North Dakota dei primi dell’800, mi ha fatto sentire l’odore di sangue e di neve, di fango e di sudore. Mi ha fatto provare la bellezza e la minaccia della natura selvaggia. Miller, invece, mi ha precipitato in un congegno ritmico così vorticoso, così furente, così stordente, da provocarmi una delle più forti emozioni cinetiche che io abbia mai provato davanti a uno schermo. Probabilmente alla fine la spunterà Inarritu, ma chiunque dei due vinca, se l’è meritato. Gli altri, per quanto bravi, quest’anno sono fuori gioco. Come gli altri grandi registi che quest’anno non sono neppure stati candidati, da Ridley Scott (The Martian) a Steven Spelberhg (Il ponte delle spie). Staremo a vedere. E lunedì mattina – 29 febbraio! – tireremo le fila.

 

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