Ore 15:17 – Attacco al treno – La regia di Clint Eastwood

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

 

Un passo falso. L’hanno definito così, l’ultimo film di Clint Eastwood, alcuni fra i più autorevoli critici italiani. La metafora mi pare discutibile. Un “passo falso” lo può fare tutt’al più chi cammina con passo sicuro, certo del cammino intrapreso, gonfio di energia e di sicurezze inscalfibili. Non è il caso di Clint. A 88 anni compiuti, non si fanno passi falsi. Si fanno passi, e basta. E che lui cammini con metodica regolarità, riuscendo ancora a dirigere praticamente un film all’anno, è quasi un miracolo. O un mistero.

Ma non basta. A quasi 90 anni, Clint non si accontenta di battere strade già note, ma ha il coraggio di esplorare ancora, ogni volta, una formula nuova. Qui, in questo Ore 15:17 – Attacco al treno non solo si ispira a un fatto tragico realmente accaduto (l’atto di coraggio con cui tre ragazzi americani il 21 agosto 2015 fermarono il terrorista Ayoub El Khazzani sul treno Thalys 9364 Amsterdam-Parigi), ma vuole che a interpretare i suoi eroi siano i veri protagonisti del fatto di cronaca: dei non attori, chiamati a recitare se stessi in un film che scardina le formule e le definizioni di genere, e che rotola come un masso erratico nella galassia del cinema contemporaneo.

Che cos’è Ore 15:17 – Attacco al treno? Non è un documentario. Non è un mockumentary. Non è nemmeno un film di finzione ispirato a una storia vera. Un docufilm, allora? Forse. Ma con il presidente francese François Hollande che concede la propria immagine per il discorso finale, e con le immagini di repertorio che mostrano i tre giovani americani festeggiati al momento del ritorno nella loro città natale, Sacramento in California. Clint sperimenta. Mescola. Prova. Questa volta si misura col fantasma del realismo. Con l’idea (già presente sia in American Sniper sia in Sully) di raccontare l’eroismo della gente comune. O la fatalità che pone l’uomo ordinario a dover fronteggiare circostanze straordinarie. Lo ripete spesso, il giovane Spencer – che aveva il poster di Full Metal Jacket appeso sulla porta della sua cameretta da adolescente – ai suoi compagni. Dice di avere come la sensazione che la vita lo stia catapultando verso un appuntamento con qualcosa di più alto e di più grande rispetto alla routine della vita quotidiana. Eastwood racconta proprio questo: il tragitto che proietta tre giovani americani verso l’appuntamento fissato dal destino. Con loro stessi, con il loro coraggio, con il loro valore.

Come lo racconta? Qui si aprono le discussioni e le polemiche. Qualcuno dice che stavolta il racconto di Clint scivola inavvertitamente in un catalogo di luoghi comuni come mai prima nei suoi precedenti film. Qualcun altro risponde dicendo che i luoghi comuni sono funzionali alla messinscena di gente comune: ragazzotti di Sacramento, California, che mentre si fanno selfie per le vie di Roma o sui canali di Venezia non sanno che ripetere quanto tutto sia bello e meraviglioso esattamente come farebbe un vero ragazzotto di una cittadina americana in vacanza in Europa. Qualcun altro ancora fa notare che i luoghi comuni e i clichés sono solo la superficie del racconto, ma che negli snodi più delicati il vecchio Clint è tutt’altro che appiattito sui clichés. Tanto che arriva a far dire ai tre baldi giovanotti a stelle-e-strisce che Hitler a Berlino è stato fermato da Stalin, e non dagli americani, i quali dovrebbero smetterla di “prendersi il merito ogni volta che il male viene sconfitto”. Alla faccia del luogo comune…!

Detto questo, certo, qualcosa non funziona. Clint non ritrova qui quell’essenzialità, quella  misura, quella capacità di essere “classico” che ci hanno sempre affascinato nel suo cinema. E la colpa è – credo – proprio nell’eccesso di realismo. Nella sudditanza ai fatti e ai caratteri “reali”. Nella pretesa di stare aderente alle cose così come sono realmente accadute. Il cinema, per funzionare, non può essere una fotocopia. Deve andare oltre i fatti, trascendere la cronaca, diventare epico. Ecco: manca questo a Ore 15:17 – Attacco al treno: il respiro epico. Quello che pulsava in American Sniper, in Sully, perfino in Jersey Boys, e che qui invece latita. Tanto che il discorso finale di Hollande risulta paradossalmente più epico dell’azione eroica dei tre ragazzi sul treno. Capita, quando invece che interpretare la realtà ti accontenti di riprodurla, nell’illusione che sia sufficiente per renderla appassionante. Non così. Non lo è mai stato. Neanche in questo caso, neppure in questo film. In anni e anni di onorata carriera Clint l’ha sempre saputo, ma questa volta – forse – l’ha un po’ dimenticato.

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