Oltre il MFF: il dietro le quinte e il futuro del cinema. Da Parigi.

La dodicesima edizione del Mobile Film Festival, è stata l’occasione per respirare l’atmosfera di cinema in cui è immersa la Ville Lumière. BNP Paribas è partner infatti non solo del festival, ma anche del gruppo MK2 che vanta, oltre a nove avveniristici multisala in città (in uno dei quali si è svolta la serata), la più grande struttura permanente d’Europa per la virtual reality.

A qualcuno il concetto di realtà virtuale potrà sembrare futuristico; in realtà il suo primo sostenitore fu il regista e inventore Morton Heilig che, forte del desiderio di far immergere lo spettatore nel piccolo schermo, brevettò nel 1962 Sensorama, un apparecchio che non trovò però fondi per evolversi dal livello teorico, ma che poco si distacca nei fatti dalle attuali tecnologie per la virtual reality che si possono sperimentare al MK2 VR. Lì, una volta indossata l’apposita maschera, si è catapultati in modo verosimile praticamente ovunque: da località esotiche a pianeti inesplorati, dai ghiacci dell’Antartide alla grande Babilonia. Ma non è tutto: per rendere l’esperienza ancora più verosimile ci si avvale anche della tecnologia robotica con Birdly, un simulatore di volo con tanto di ventilatori, che consente di volare liberamente su una Manhattan apocalittica.

Se l’estrema veridicità che ci offrono le nuove tecnologie è di per sé sensazionale, le riflessioni che possiamo fare in proposito sono quantomeno interessanti: questo progresso troverà mai un’applicazione nel cinema, come aveva predetto Heilig col suo Experience Theater (e come è successo con il 3D)? E come sarà il cinema del futuro? Ad oggi non possiamo fare tanti pronostici sul cinema di domani, ma possiamo scoprire com’è il cinema di oggi.

Non distante dal centro di Parigi si erge imponente la Cité du Cinema, ex centrale elettrica del 1933 trasformata nel 2012 in tempio della cinematografia da Luc Besson, che si innamorò della struttura abbandonata durante le riprese del suo iconico Léon e decise di trasformarla in uno dei maggiori centri di produzione cinematografica d’Europa, oggi capace di tener testa agli studios di Cinecittà, Pinewood e Babelsberg.

L’edificio principale si sviluppa attorno allo scheletro della centrale, ai cui lati si diramano su più piani gli spazi degli atelier, delle accademie di trucco, regia, sceneggiatura, commedia, cinematografia e fotografia (fra le quali la nota Louis Lumière), degli studi di post-produzione e dell’auditorium.

Entrando si ha l’impressione di trovarsi in una cattedrale gotica: la grande navata centrale, i soffitti altissimi e un profondo silenzio fanno da cornice a “reliquie” di un certo spessore. In fondo alla navata infatti sono esposte due delle iconiche vetture de Il Quinto Elemento, ovvero il taxi volante di Bruce Willis e l’auto della polizia, attorno alle quali la guida racconta aneddoti illuminanti riguardo al film e al modo di fare cinema nell’“era moderna”: durante le riprese del film, trovatasi senza la sirena della suddetta macchina, la troupe riciclò le ciotole di plastica del pranzo, dipinte in rosso e blu, che poi vennero modificate completamente in post-produzione.

L’importanza del lavoro di post-produzione, che oggi ricopre un ruolo primaria nella realizzazione di un film e richiede un tempo infinitamente maggiore delle riprese stesse, emerge anche negli atelier di falegnameria, tappezzeria e pittura dove gli artigiani, professionisti del settore, costruiscono scenografie dal niente grazie alla loro maestria e a tanto lavoro manuale. Ma i materiali e gli oggetti che verranno utilizzati nelle riprese, nonostante la fattura indubbiamente eccellente, ci appaiono chiaramente fasulli: per intenderci, nella reltà nessuno potrebbe darci a bere che un sarcofago in polistirolo dipinto è in realtà un vero sarcofago dell’antico Egitto.

Ed ecco che entra in scena il lavoro magistrale di elaborazione digitale in post-produzione, “magia” che rende vero il non-vero, reale l’irreale, che toglie quel che c’è e crea quel che non c’è, e che ci regala la veridicità assoluta dei film contemporanei.

Ma dove avvengono le riprese? La Cité du Cinema vanta nove plateau de tournage, o all’italiana teatro di posa, locale di grandi dimensioni in cui viene allestito il set di un film e vengono effettuate le riprese; tutti gli edifici sono completamente insonorizzati, hanno pavimentazioni antivibranti, e cinque di questi hanno anche profonde piscine interne. Periodicamente lì dentro si costruiscono e distruggono mondi, tra i quali Taken – La vendetta e Taken 3 – L’ora della verità, 3 Days to Kill, il candidato agli Oscar 2017 Jackie di Pablo Larraín con la superba Natalie Portman, e alcuni dei lavori più recenti dello stesso Luc Besson: Lucy (con Scarlett Johansson, Cose nostre – Malavita (con Robert De Niro e Michelle Pfeiffer), nonché Valerian e la città dei mille pianeti, sua ultima opera fantascientifica con un cast all-star che verrà distribuito nel mondo dal prossimo luglio.

La Cité du Cinema è così oggi una finestra sulla macchina del cinema, sul “prima e dopo il film”, sui retroscena di riprese e produzione, ma anche casa di artisti e visionari, tecnici e studenti, che lavorano incessantemente mossi dall’amore per la sempre vibrante settima arte.

Vittoria Meoni

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