Obbligo o verità – La produzione Blumhouse

di Gianni Canova

Di sangue, ce n’è poco.

Di efferatezze, meno ancora.

E tuttavia, Obbligo o verità di Jeff Wadlow è a tutti gli effetti un horror.
Meglio: un teen horror. Un prét-à-porter orrorifico tagliato su misura 
per le esigenze emozionali e para-masochiste della generazione dei Millennials.

La griffe, del resto, è una garanzia: il marchio Blumhouse basta di per sé a certificare la qualità del prodotto e la sua capacità di produrre gli effetti desiderati. Per chi non lo sapesse: Jason Blum, il fondatore della Blumhouse, è il re Mida del cinema americano contemporaneo.
Trasforma in oro (e in incassi) tutto ciò che tocca. Capace di investire 1 milione di dollari e di incassarne 50 (Unfriended). E di rivisitare in chiave contemporanea tutti gli archetipi dell’immaginario orrorifico.
Uno degli ultimi prodotti usciti col suo marchio (Get OutScappa di Jordan Peele) è riuscito addirittura a vincere l’Oscar per la miglior sceneggiatura con un horror dal forte impatto politico e provocatorio.

Un altro (The Visit di M.N.Shyamalan) era una fiaba gotica che riattualizzava le fiabe nere derivate dalla matrice di Hansel e Gretel e di Pollicino. Un altro ancora (Unfriended, appunto) incastonava un tipico meccanismo da gioco al massacro adolescenziale nelle schermate Skype dei Mac portatili dei giovani protagonisti.

Obbligo o verità usa almeno in parte gli stessi ingredienti di base: inserisce antichi incubi o paure ataviche legate all’immaginario degli adolescenti dentro linguaggi che sanno porsi con assoluta naturalezza in sintonia con le forme di comunicazione della contemporaneità (guardate anche solo lo split screen sui titoli di testa, tutti giocati sull’estetica dei selfie e dei tweet).

Questa volta, basandosi su un gioco conosciutissimo da tutti i ragazzi americani, Jason Blum chiede al suo regista di portare 7 giovani americani, maschi e femmine, vogliosi di feste, piaceri e trasgressioni, in una chiesa diroccata in Messico. Lì aleggia una feroce maledizione. Lì un demone malvagio si impossessa del gioco e obbliga i 7, ad uno ad uno, a scegliere fra Obbligo (fare l’azione comandata o morire) o Verità (dirla, quale che sia, o morire). Gli attori devono essere poco conosciuti (vengono quasi tutti dalle serie TV), per evitare che lo spettatore li colleghi d’istinto a ruoli o personaggi precedenti. Il budget deve essere ridotto all’osso, per evitare sprechi e indurre alla massima concentrazione e ottimizzazione delle risorse. E poi, soprattutto, ci deve essere la dimensione masochista che è inevitabilmente connessa al filone dei teen horror. Fateci caso: ad essere puniti, di volta in volta, sono i personaggi che più sono sul punto di voler gioire, godere, festeggiare. Sono lì, sul principio del piacere, e subito vengono puniti, dilaniati, sezionati. Come se la punizione surrogatoria sullo schermo servisse in realtà a liberarli (a liberarci?) dal senso di colpa connesso al desiderio di piacere.

Accadono cose turpi ai protagonisti di Obbligo o verità. Ma le turpitudini restano quasi sempre fuoricampo. Non le vediamo. Sentiamo la tensione crescere, accompagnata dalle percussioni ossessive della colonna sonora (altro cliché sempre efficace), i volti si irrigidiscono in smorfie di terrore, ma poi sangue e violenza sono quasi sempre lasciati fuori dal visibile. Anche la Blumhouse ha bisogno di un horror più “normalizzato”, meno splatter, meno turgido e violento. Più legato a un classico protocollo di suspense che all’esibizione di truculenze. Ad esempio: riuscirà la ragazzina che ha avuto l’obbligo di camminare sul cornicione del tetto bevendo un’intera bottiglia di superalcolico a compiere tutto il tragitto o cadrà sull’inferriata a punte acuminate che sta nella strada proprio sotto di lei? Mentre il gioco al massacro continua e i cadaveri aumentano, l’istinto di sopravvivenza induce i personaggi a gettare la maschera e a lasciar emergere la loro vera personalità. Sino a una morale per certi versi inattesa e sorprendente: nell’era dei social, il modo migliore per liberarsi dall’orrore è quello di condividerlo. Come? Vedete il film e lo scoprirete. E comunque: in Italia nei primi due giorni di programmazione Obbligo o verità è subito andato in testa al box office. La Blumhouse, insomma, non smentisce la sua fama.

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