Non essere cattivo – La fotografia di Maurizio Calvesi

di Gianni Canova

Che colore ha la disperazione?

Che luce illumina il destino?

Se stai a Ostia, tra le baracche sulla spiaggia e le case popolari dell’estrema periferia, i giorni hanno il colore freddo di un sole pallido e smorto e le notti il nero torbido di un fondo di caffè.

Così Maurizio Calvesi ha fotografato l’ultimo, intenso film di Claudio Caligari, presentato alla Mostra di Venezia come estremo omaggio al regista, scomparso lo scorso 26 maggio all’età di 67 anni.

Autore di soli tre film (Amore tossico del 1983, L’odore  della notte del 1998 e ora questo postumo Non essere cattivo), Caligari è uno dei “maledetti” del cinema italiano, l’ultimo autentico erede di Pasolini per la passione con cui racconta le vite perdute dei ragazzi di borgata, quelli che sbranano la vita con rabbia, e se ne fanno sbranare, fra sniffi, sballi, risse, violenze ed emarginazione.

Calvesi, che aveva già lavorato con Caligari in L’odore della notte, fa un lavoro davvero eccezionale: immerge le notti nelle luci al neon di bar degradati e dà alle scene diurne il colore smunto della sabbia del litorale.

Siamo a Ostia nel 1995. Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) vivono lì: corpi opachi, corpi senza futuro, corpi che pulsano prigionieri di bisogni che non si appagano e di dipendenze che non perdonano.

Loro, e quelli come loro, sono l’esito estremo di un processo di degradazione che ha distrutto la dignità e la solidarietà delle vecchie borgate e che ha portato la droga anche tra i ceti popolari.

Cesare e Vittorio si fanno. Sempre. Hanno bisogno dello sballo per  sentirsi vivi. Sniffano, inghiottono, bevono, vivono.

Calvesi tiene le sue inquadrature addosso ai loro corpi, li opacizza, poi inquadra le pupille dilatate per effetto delle droghe.

Vite allo sbando, vite che cercano un riscatto. Provano a uscire dall’inferno, Cesare e Vittorio. Provano a essere  normali. A lavorare. A metter su famiglia.

Ma se sei nato nel posto sbagliato, il destino non ti molla, e ti risucchia giù in fondo. Vittorio, in una delle immagini più belle del film, si guarda allo specchio e sputa sul suo volto. La saliva cola sulla superficie lucida e deforma il volto riflesso. La cosa straordinaria del fim, risultato di un lavoro davvero fuori dal comune da parte di tutta la troupe, è che appena vedi questi personaggi, ti ci affezioni. Li capisci. Vorresti aiutarli. Ti commuovi per la crudeltà con cui la vita e il mondo sembrano accanirsi contro di loro.

Fra tanti fim che ti propongono storie e personaggi di cui non ti importa nulla, finisci per sentire un’assoluta e cristallina vicinanza creaturale con questi balordi violentati dal destino.

Alla fine, la luce del film ti resta dentro. Non la dimentichi. E l’alone rossastro in cu Calvesi immerge i due protagonisti dopo che si sono picchiati a sangue, e si abbracciano, mentre un sax triste piange sulla sorte crudele della loro amicizia, è una delle cose più forti che ci ha regalato quest’anno la Mostra del cinema di Venezia.

(Foto: Matteo Graia)

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