Nome di donna – La recitazione di Adriana Asti

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Qualcuno dice che il suo ruolo in Nome di donna è un cameo.

A me pare riduttivo. Un cameo, in genere, è una breve apparizione, quasi sempre da parte di un attore (ma anche di un politico, di un regista, di un atleta), nei panni di se stesso. Oppure, se non fa stesso, si dice che un attore si presta a un cameo se la sua fama e la sua reputazione sono molto più alte di quelle richieste per un così piccolo ruolo. Da questo punto di vista, la partecipazione di Adriana Asti a Nome di donna di Marco Tullio Giordana è molto più che un cameo: il suo è un personaggio a tutti gli effetti, è un classico caso da non protagonista che recita in cinque/sei scene, spesso con un ruolo decisivo per lo sviluppo della storia. Certo: il suo personaggio, anche se ha un nome diverso (Ines) da quello dell’attrice, ha qualcosa di intimamente ed apertamente autobiografico: ex-attrice ricoverata in casa di riposo per ricchi, Ines tiene sul comodino della sua camera presso Villa Baratta le fotografie di tre “santi protettori” che sono gli stessi di Adriana Asti. San Giorgio (Strehler), san Luca (Ronconi), san Luchino (Visconti): la macchina da presa di Giordana accarezza le tre immagini mentre poche note musicali nella colonna sonora evocano la musica e le atmosfere di Il Gattopardo. Il personaggio di Ines, come Adriana Asti, viene da quella stagione del cinema italiano: fu Visconti a far esordire la Asti a teatro nel 1951 con una parte nel Crogiuolo di Arthur Miller, e fu sempre il regista milanese a volerla anche al cinema con un piccolo ruolo in Rocco e i suoi fratelli, dove è una delle ragazze che lavorano nella lavanderia in cui viene assunto anche Rocco. Sospesa fra verità e finzione, la Asti nel film è se stessa e non lo è, ed è bravissima nel muoversi con assoluta naturalezza sul difficile crinale in cui la messinscena di un personaggio si incontra con il racconto della propria vita. “Faccia come se fossi morta!”, dice all’inserviente Nina (Cristiana Capotondi) la prima volta che questa entra in camera sua. Sdraiata sul letto, capelli raccolti in una coda laterale, le labbra dipinte con un rossetto molto scuro, Ines ostenta cinismo e disincanto, disprezza (nell’unica scena in cui la vediamo in esterni nel parco della villa) gli altri ospiti della casa di riposo (“Che brutta fauna, la gente che c’è qui. Vecchi, brutti, inutili. Senza famiglia, senza amici. Nessuno che li vuole”) e mostra un poco di pathos appena appena mitigato dall’autoironia solo quando rievoca il suo mestiere di attrice. Colin Firth – dice a Nina – la vuole per fare la madre di Amleto nell’ennesima messinscena del capolavoro shakespeariano. Una madre “molto cattiva”, precisa, e anche “molto troia”. Ma lei – seduta sulla sua poltrona, con un paio di scarpe dorate ai piedi, lo prende come un complimento. E aggiunge, citando quasi alla lettera la sua autobiografia Un futuro infinito: “Recitare nudi è bellissimo. Non ti devi preoccupare di niente. Tutti a guardare quella cosa lì…” e indica col dito quella parte del corpo di Nina che Gustave Courbet ha definito in un suo quadro l’origine du monde “… e nessuno che sta più attento a quello che dici. Puoi sbagliare, dimenticare la parte, recitare la Vispa Teresa…”. Altro che il nudo come esperienza sfidante per un attore. Piuttosto il nudo come alibi, come sublime opportunità di occultamento della tua inadeguatezza recitativa…Ecco: non solo Adriana Asti nella sua carriera ha avuto col nudo lo stesso rapporto che ha il personaggio di Ines, ma all’età di 85 anni compiuti ha il coraggio, la forza e l’autoironia per rievocare la disinvoltura con cui per prima ha sfidato i tabù moralistici del cinema italiano, passando con assoluta nonchalance dal teatro impegnato a filmetti erotici come Una tarantola dalla pelle caldaHomo EroticusLe notti peccaminose di Pietro l’AretinoLa schiava io ce l’ho e tu noChi dice donna dice donnaMaschio latino cercasi e così via. Sospesa fra Pasolini, Bunuel, Bertolucci e Tinto Brass, sempre altalenante fra alto e basso, anche in questa sua prova più recente Adriana Asti mette in scena il mistero del mestiere dell’attore. Mette in scena se stessa facendosi altra. E se qualcuno che legge si ritrovasse a pensare che a quasi 90 anni forse si può anche smettere, la miglior risposta è quella della stessa Asti di fronte alla pubblicità di carrozzine elettriche e pompe funebri: un gesto scaramantico arcaico ed esorcistico, ma fatto con quel sorriso sulle labbra che può permettersi solo chi sa che ormai ha capito tutto, ma sa anche che nessuno la starebbe ad ascoltare se provasse a spiegarlo anche a noi. Allora forse è per questo che in un film tutto rigorosamente politcally correct spetta a lei, e a lei sola, l’unica battuta provocatoria e dissonante, l’unica volutamente fuori dal coro: “Le molestie?, dice a Nina. Un sospiro quasi impercettibile, un accenno di sorriso, e poi, decisa: “Una volta le chiamavano complimenti…”. Impagabile. Discola. Scorretta. Irrecuperabile.

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