Noir e cupezza: il maltempo contagia le pellicole del festival

di TBWA-admin

Arriva il maltempo e le pellicole presentate al festival, come per uno strano sortilegio, si tingono di cupezza. Ne è esempio l’italiano Il venditore di medicine, con uno spregiudicato Claudio Santamaria che farebbe di tutto pur di “piazzare” un farmaco dell’azienda per cui lavora. Incalzato da una Isabella Ferrari versione capo-iena, si tuffa in una spirale senza uscita di crimini e compromessi, e suscita la rabbia dello spettatore attonito di fronte al racconto di cronache decisamente attuali di malasanità.

Altrettanto cupo, ma più gelido, e stordente proprio perché tratto da una storia vera, è Sorrow and Joy, nuovo film del danese Nils Malmros, fiore all’occhiello della cinematografia scandinava, che vanta una filmografia intera completamente autobiografica. Raccontare di sè per dimenticare, per curare, per allontanare il dolore. O riviverlo, e firmare un testamento cinematografico. “Questo è il mio ultimo film”, ci racconta con mestizia Nils Malmros, a margine della proiezione che ha tenuto tutti con il fiato sospeso. Il film concorre per il Marco Aurelio e racconta una tragedia propria della vita del regista: l’infanticidio commesso da sua moglie.

Come si porta al cinema un’esperienza di vita tanto forte?
Il cinema è un bel modo di avere a che fare con i propri problemi. Di guardarli in faccia, di capire. Non c’è stato giorno in cui non abbiamo pianto sul set, un po’ tutti, perché sono questioni che ci toccano da vicino. Ma sono passati più di trent’anni da allora, per questo ho deciso di iniziare il film a catastrofe già iniziata.

Sua moglie è stata coinvolta nel progetto?
Sì, ha persino incontrato l’attrice che l’avrebbe interpretata. Anzi, l’ha scelta lei, è stata lei a premere perché la prendessimo. Sono entrate subito in connessione, ed è strano perché non si somigliano, e infatti io non volevo che si somigliassero, volevo si capissero, questo sì, ma non avrei tollerato imitazioni. Ci sono scene di vita che mi sono divertito a ricreare tali e quali a come sono realmente accadute, però, usando spesso addirittura gli stessi abiti di allora.

Ad esempio?
La scena del matrimonio. Guardi (e tira fuori due foto, sembrano identiche, ma una è in bianco e nero, ed è reale, l’altra a colori è uno scatto di scena, ndr): lo vede? Ecco perché questo è l’ultimo film, deve esserlo per forza.

Cinema del reale: l’ha influenzata qualcuno dei cineasti italiani per caso?
Certo. Ho adorato De Sica, Rossellini, ma anche Bertolucci e l’inarrivabile Fellini. Dico e ripeto inarrivabile: ho visto da poco La grande bellezza di Paolo Sorrentino, e sa qual è la verità? M’è piaciuto, ma è solo metà Fellini. Manca il cuore. Che, in fondo, come ho cercato di dire in questo mio ultimo film, è il segreto di un buon film.

di Claudia Catalli e foto Federica De Masi © per

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