Mr Cobbler e la bottega magica – Il montaggio di Tom McArdle

di Gianni Canova

Lavora con Tom McCarthy fin dai tempi del bellissimo L’ospite inatteso. È lui l’autore del montaggio del film Oscar di quest’anno, il caso Spotlight. E Tom McCarthy ha voluto lui come editor anche per Mr. Cobbler, il film girato subito prima di Spotlight (ma arrivato da noi con mesi e mesi di ritardo). In tutti queste collaborazioni McCarthy ha proposto a McArdle la medesima sfida: costruire una narrazione che ci conduca a poco a poco ad aprirci al nuovo e all’inatteso. In Spotlight l’inatteso era la scoperta di una rete di complicità pedofile dove non ti saresti aspettato di trovarle ( tra le alte gerarchie della Chiesa di Boston), qui – in Mr. Cobbler – è l’irruzione del magico e del fantastico in un racconto che parte invece su un registro realistico. Il prologo del film, non a caso, si svolge a Berlino nel 1902 e conferisce alla storia una coloritura da apologo yiddish che non andrebbe mai dimenticata, fino alla fine. Perchè questa è l’originalità dell’operazione: trasformare quello che sembra un flm indipendente ambientato nel Lower East Side newyorkese in un fantasy ebraico capace di rendere verosimile anche l’incredibile.
L’incredibile, in questo caso, ê legato alle scarpe. Se il ciabattino (Adam Sandler) le indossa dopo averle riparate con una vecchia risuolatrice relegata in cantina assume come per magia l’identità del proprietario delle scarpe medesime. Della serie: dimmi che scarpe calzi e ti dirò chi sei. Letteralmente: il Mr. Cobbler del titolo cambia faccia e identità semplicemente cambiando calzature e finisce in questo modo per ritrovarsi pirandellianamente moltiplicato ma anche hitchcockianamente scambiato per quello che non è.
Tom McArdle rende tutto ciò con un montaggio che è secco e nervoso quando di scena sono gli oggetti (le scarpe, il cuoio, i chiodi, le suole, i tacchi), mentre tende a usare inquadrature più lunghe e distese se il fuoco è sugli essere umani. Basta osservare ad esempio i dialoghi della prima parte, quelli con il barbiere Jimmy (Steve Buscemi) o con la madre morente: anche quando opta per il canonico campo/controcampo, MacAndle predilige inquadrature che contengono entrambi gli interlocutori, quindi non solo chi sta parlando, ma anche una spalla, un braccio, un dettaglo della testa di chi ascolta. Serve a rafforzare un’idea di appartenenza alla medesima comunità e soprattuto a ritardare l’irruzione shock dell’inattesa nuova identità del ciabattino ( o scarparo, come lo chiamano nell’edizione italiana del film). Funziona, il giochetto della mutazione plurima di identità? Le critiche, in America, non sono state benevole. Molti stentano a riconoscere la stessa mano in tre flm così diversi come L’ospite inatteso, Il caso Spotlight e Mr. Cobbler e la bottega magica. Ma questo potrebbe essere un pregio, non un limite. La diffidenza scatta piuttosto di fronte alla magia, davanti al fantasico che pretende di convivere col quotidiano. Qui, i gendarmi del realismo e della verosimiglianza insorgono. Accusano. Stroncano. Sarà. Questo Mr. Cobbler non sarà un capolavoro, ma non è poi così da buttar via. E il montaggio di Tom McArdle contribuisce a farlo correre via sfacciato ma anche un po’ leggiadro, quasi incredulo lui per primo che quel che sta raccontando sia verosimile, ma proprio per questo simpaticamente intriso dello humour yiddish che lo attraversa dall’inizio alla fine.

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