Money Monster – La recitazione di George Clooney

di Gianni Canova

Un idiota. Vacuo, vanesio, un po’ cialtrone. Capace di indossare guantoni rossi da boxeur e medaglioni con il simbolo del dollaro pur di catturare il suo pubblico e convincere i telespettatori. All’inizio di Money Monster – quarta prova di Jodie Foster alla regia – George Clooney appare così: uno di quegli anchormen televisivi che assomigliano più a imbonitori che a giornalisti e che sono disposti a tutto per qualche punto di share (e di popolarità…) in più.

Lee Gates (questo il nome del personaggio) conduce uno show televisivo che si occupa di finanza. Commenta il Nasdaq e il Dow Jones, consiglia investimenti, fa spettacolo con gli indici di borsa e fa il consulente finanziario di massa, via etere, fra ballerine con culottes color oro e jingle sul confine del trash. Che le sue affermazioni siano vere o false per lui non è un problema, così come non lo sono le conseguenze dei suoi consigli. La televisione – sembra pensare  – è un porto franco: un territorio virtuale in cui non vigono le leggi del mondo reale. Quel che gli importa è lo spettacolo. E lui lo interpreta con spudorato narcisismo e con cinica leggerezza. Finché nel suo studio Tv, mentre è in onda la diretta del programma, non irrompe un giovane del Queen che ha perso tutti i suoi risparmi per aver seguito i suoi consigli: armato di pistola, il ragazzo minaccia il conduttore e lo obbliga a indossare un gilet imbottito di esplosivo. Tutto questo nei primi dieci minuti del film: da questo momento in poi, nell’ora e mezza che manca alla fine, George Clooney costruisce uno dei suoi capolavori interpretativi e trasforma a poco a poco il suo personaggio da fatuo imbonitore qual era all’inizio in consapevole testimone della tragedia che il grande inganno dei  media produce sulla vita quotidiana delle persone.

Guardate con attenzione l’espressione attonita e dolente con cu Clooney osserva nel finale il suo assalitore e confrontatela con il sorriso simil-piacione che esibiva all’inizio del film: là, prima della catastrofe, sul suo volto c’erano frivolezza, sfrontatezza, cinismo. Alla fine ci sono invece condivisione, consapevolezza, partecipazione. Quella che Clooney mette in scena in tempo reale (il film dura quanto l’azione che racconta…) è una grande operazione di dissimulazione: più che in altri suoi ruoli – più che in Good Night and Good Luck, più che in Syriana o in Confessioni di una mente pericolosa – Clooney qui toglie ad una ad una tutte le maschere del suo personaggio, quelle con cui ingannava e irretiva i telespettatori. Quando – accompagnati e filmati dall’operatore Lenny –  lui e il suo assalitore escono dallo Studio e scendono in strada, il suo volto esprime la comprensione del grande imbroglio: non ci sono glitch (anomalie informatiche)  nel sistema, ci sono trucchi, inganni e imbrogli. Sempre e solo umani. Troppo umani, sconsolatamente umani. Lui lo sa e lo confessa a se stesso. L’ha sempre saputo, ma solo ora ne diventa pienamente consapevole. Così facendo lo comunica anche a noi, in un film che – anche grazie a lui – sembra respirare certe atmosfere del cinema anni ‘ 70 aggiornate ai tempi nostri. Fosse ancora vivo, Sidney Lumet (regista di Quinto potere) avrebbe quasi certamente gradito.

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