MOBILE FILM FESTIVAL – INTERVISTA A BRUNO SMADJA E ALICE DAVID

Tempo di lettura: 4 minuti

di Verdiana Rigoglioso.

Alla MK2 Bibliothèque di Parigi tutto è pronto per la serata di premiazione della tredicesima edizione del Mobile Film Festival. C’è un gran fermento, ma anche un’atmosfera carica di allegria che ci consente di aggirarci all’interno della struttura, passando per il red carpet e raggiungendo il cuore del pre-serata: la sala per la conferenza stampa.

Attori e registi concedono interviste e posano per le foto e noi abbiamo la grande fortuna di incontrare Bruno Smadja, organizzatore e ideatore del Mobile Film Festival.

Bruno sorride, riesce a non tralasciare alcun dettaglio e quando si siede con noi per rispondere alle domande ci racconta quanto sia felice di parlare un po’ con chi viene dall’Italia, paese che ama moltissimo. Abbiamo avuto l’occasione di ascoltarlo mentre racconta con occhi che brillano del Suo festival.

 

Com’è andata questa edizione e quali sono le differenze con le edizioni passate?

“Sono molto felice, perché questa tredicesima edizione è stata bellissima, soprattutto per il grande riscontro internazionale, un vero record per noi. C’è stata una crescita da più punti di vista, hanno partecipato 88 paesi con più di 1.000 film; in particolare sono fiero del fatto che, subito dopo la Francia, l’Italia sia stato una dei paesi con più partecipazione. Ciò mi rende orgoglioso perché questo concetto corrisponde molto all’ambito del cortometraggio Italiano, che purtroppo conta notevoli mancanze di mezzi, ecco perché proviamo ad offrire l’opportunità di lavorare senza costrizione economica. Questo è il vero valore che portiamo avanti con il Mobile Film Festival, un valore di uguaglianza, ma anche una forma di democrazia”.

 

Quanto l’evoluzione della tecnologia sugli smartphone sta influendo rispetto alle edizioni passate?

“Le tecnologie influiscono poco in un anno, perché un’app può migliorare, ma fondamentalmente non cambia nulla. Non è la tecnologia che conta, ma la capacità di raccontare una storia. Tredici anni fa la tecnologia era molto scarsa, eppure c’erano delle storie anche allora, corti meravigliosi girati con telefoni dalle prestazioni decisamente meno avanzate. Direi quindi che l’aspetto tecnologico non sia fondamentale, perché il Mobile Film Festival ha due “piedi”: un telefono e un minuto. Il minuto rappresenta una notevole forma di costrizione, un paletto sulla costruzione della storia e permette, a noi e alla giuria, di identificare chi domani potrà essere un regista di lungometraggi, perché sa realmente raccontare una storia”.

 

Siamo nell’era della velocità, con Twitter e i suoi 140 caratteri, il mondo che diventa visivo grazie a Instagram e i video aiutati dagli algoritmi di Facebook. Questo è un punto centrale, perché i contenuti proposti al MFF hanno una vita sui social network.

“Assolutamente sì. La nostra filosofia, già da tredici anni è mettere a disposizione il contenuto online perché il pubblico cerca contenuti creativi e di qualità. Quest’anno abbiamo già raggiunto quattordici milioni di visualizzazioni prima della serata di premiazione. C’è una grande richiesta di registi che, seppur sconosciuti, fanno un lavoro creativo e raccontano belle storie”.

 

Ci sono registi che, in questi tredici anni, ce l’hanno fatta ad entrare nel mondo del grande cinema?

Molti. Per fortuna da otto anni, insieme a BNP Paribas, abbiamo messo in piedi un sistema di borse, con due premi da 15.000 euro ciascuna. L’obiettivo è aiutare i vincitori a realizzare e produrre un film nell’anno che segue la premiazione. Stasera vedremo insieme il progetto realizzato dai vincitori dell’anno scorso e ciò mi convince che questa sia una spinta importantissima. Già otto anni fa, quando è stato istituito questo sistema di premiazione con le borse, il vincitore ha realizzato un lungometraggio che ha fatto il giro del mondo e vinto il premio della giuria a San Sebastian. Un altro ha realizzato una serie che va in onda su Canal Plus; un terzo sta preparando un lungometraggio con Tahar Rahim, attore de Il Profeta”.

 

Insomma, possiamo definire la possibilità di vincere la borsa da 15.000 euro come una vera spinta?

“Una spinta virtuosa, decisamente”.

 

Salutiamo Bruno con un augurio sincero e i complimenti per il suo straordinario lavoro e ci dirigiamo verso la giuria. Incontriamo la bellissima attrice Alice David, che ci concede gentilmente l’opportunità di intervistarla.

 

Grazie innanzitutto per averci concesso qualche minuto. La prima domanda che vogliamo farti è: cosa significa per te essere membro di questa giuria?

“Sono felicissima di farne parte, innanzitutto perché tra gli altri membri c’è qualcuno che conosco, ma ho avuto anche l’occasione di incontrare per la prima volta colleghi e professionisti che stimo. È un onore, ma anche una grande responsabilità, perché scegliere i film più meritevoli non è stato facile.

 

Cosa hai amato di più di questa edizione?

“I film, tutti. Come vedrete voi stessi i corti sono tutti splendidi e non vi nascondo che c’è stato anche qualche disaccordo tra noi giurati, ma solo perché la scelta era ardua. Come ho già detto, condividere quest’esperienza con gli altri è stato un aspetto che ho amato; parlare di emozioni provate durante la visione di un film è sempre incredibile”.

 

Quali sono stati i temi più trattati in questa edizione?

“Ironia, dramma, immigrazione, guerra, amore per sé stessi, ma anche omosessualità, il ruolo delle donne e la violenza”.

 

Qual è il tuo rapporto personale con il cinema?

Una storia d’amore. Il cinema è essenziale per me, mi accompagna tutti i giorni. Quando non sono in giro per lavoro, dedico le mie giornate ai film. Un pensiero costante, emozioni intime e condivise, sorrisi, lacrime. Tutto questo è il cinema per me e non riesco a immaginare una vita senza”.

 

Qual è il tuo rapporto con i mezzi di produzione?

“I mezzi di produzione sono importantissimi ma, come questo Festival dimostra, si può girare una grande opera anche solo con un cellulare. Per quanto il mezzo sia importante non potrà mai sostituire elementi fondamentali che fanno una storia: la sceneggiatura, la regia, la narrazione”.

 

Parliamo di social network e cinema.

“A mio avviso due elementi lontanissimi, ma nonostante tutto molto legati. Solitamente chi lavora con i social network non recita una parte, ma espone sé stesso.
Quando il social network è al servizio del cinema allora le cose cambiano, sicuramente può dare una grande aiuto nel fare emergere il talento”.

 

Perché sei stata scelta pe fare parte di questa giuria?

“Credo che una delle ragioni sia nei miei follower, molti dei quali sono giovani e giovanissimi e questo Festival coinvolge soprattutto i ragazzi e i social media”.

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