Il mio Godard – La recitazione di Stacy Martin

di Gianni Canova

Quando un film fa incazzare qualcuno, significa che meritava comunque di essere fatto: nel grigiore e nel piattume di tanto cinema di questi nostri anni, di fronte a troppi film che scivolano via senza lasciare traccia né emozione né pensiero, inutili e indifferenti, un film come Il mio Godard di Michel Hazanavicius ha quanto meno il pregio di riaprire discussioni sul cinema, sulla nouvelle vague, sul rapporto della cinefilia di oggi con le sue icone del passato. Se poi i pasdaran della cinefilia dura e pura si indignano perché ritengono che Hazanavicius abbia oltraggiato il culto di San Godard, e ne abbia infranto il santino, peggio per loro: non si accorgono di assomigliare, loro malgrado, agli integralisti che si scagliavano contro il Godard di Je vous salue Marie accusandolo di avere oltraggiato il culto della Vergine Maria. E dimenticano che tra le lezioni di provocatoria laicità che Godard ci ha lasciato (e che ce lo rendono irrinunciabile…) c’è quella per cui un cinema dissacrante è in ogni caso meglio di un cinema pontificante e apologetico. Chiunque sia il dissacrato o l’apologetizzato.

Il problema vero, caso mai, è un altro: Il mio Godard sa essere davvero dissacrante? Sa far sue quelle qualità che proprio nei primi minuti vengono enunciate come specifiche del cinema di Godard: inclassificabile selvaggio accattivante divertente imprevedibile destabilizzante politico seducente impertinente giovane libero? Forse è su questo che si dovrebbe riflettere.

A me però – lo confesso – Il mio Godard ha stimolato soprattutto alcune riflessioni – spero non scontate – sul mestiere dell’attore. Tutti gli studi su Godard ci ricordano che – almeno fino a La Chinoise – il maestro fondatore della Nouvelle Vague lavorava sistematicamente alla rivelazione dell’individuo nell’attore. Negli attori Godard amava l’imperfezione. Cercava di togliere loro il tempo e lo spazio per costruire l’interpretazione. Per lui l’attore non doveva trasformarsi nel personaggio, ma trasformare il personaggio. Per questo, quanto più l’attore era inesatto, imperfetto, imprevedibile, tanto più gli sembrava vero. La vita – ebbe a scrivere – doveva riempire lo schermo “come un rubinetto riempie una vasca che si svuota contemporaneamente della stessa quantità d’acqua”. Questo, almeno, il “vero” Godard.

Il Godard interpretato da Louis Garrel nel film di Hazanavicius ha sugli attori una posizione contraddittoria: da un lato dice di essere non Jean-Luc Godard, ma un attore che interpreta Jean-Luc Godard, dall’altro lato dice di disprezzare gli attori. “Fare l’attore è stupido!”, dichiara. Gli attori – aggiunge – “piangono e ridono a comando. Gattonano, anche. Li trovo grotteschi. Non sono liberi”.

E conclude queste riflessioni con uno dei suoi proverbiali paradossi: “Se chiedi a un attore di dire che gli attori sono stupidi, lo fa”. L’attore insomma – per lo meno l’attore del cinema tradizionale borghese – è visto come un paradigma dell’inautentico, del servile, del finzionale. Eppure.

Eppure, in Il mio Godard accade qualcosa di interessante a proposito di attori: il maestro della Nouvelle Vague, colui che ha appena espresso queste convinzioni sugli attori, prende una giovane attrice come Anne Wiazemsky (che il vero Godard aveva conosciuto sul set di Au Hasard Balthazar di Robert Bresson) e ne fa – oltre che sua moglie – anche un’icona della rivoluzione. Il gioco a incastri è complesso e intrigante: il film di Hazanavicius si ispira al romanzo autobiografico di Anne Wiazemsky Un anno cruciale in cui è lei che racconta Godard dal suo punto di vista. Nel film invece lei appare (capelli neri a caschetto, maglioncino giallo, libretto rosso in mano) mentre è la voce over di Godard (o dell’attore che lo interpreta?) che la presenta e ci dice di lei che è una studentessa maoista che però proviene da una famiglia dell’alta borghesia gollista, nipote nientemeno che del premio Nobel François Mauriac. E allora: è Anne che racconta il suo Godard? O Godard che racconta la sua Anne? O è Anne che racconta di Godard che racconta la sua Anne? O è Hazanavicius che racconta Anne che racconta Godard che racconta la sua Anne? Meriterebbe molto più che queste poche righe un gioco a scatole cinesi come questo….

Sul piano del piacere filmico, a visione ultimata, a me è rimasta addosso soprattutto la presenza magnetica di Stacy Martin, l’attrice che interpreta Anne (Godard inorridirebbe sentendomi usare questo verbo…). La carriera di questa giovane attrice – stando ai ruoli che ha scelto di interpretare – è davvero provocatoria e a suo modo godardiana: era la giovane Joe di Nymphomaniac di Lars von Trier, la ragazza nuda coi capelli rossi che faceva impazzire Vincent Cassel in Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, l’insegnante di francese che aveva un relazione col diplomatico americano padre del protagonista in L’infanzia di un capo. Qui si presta a diventare l’icona di Godard con un abbandono ma anche con un’impertinenza davvero ammirevoli: guardate come si abbandona al suo Jen-Luc quando sono al cinema (a vedere – mi pare – La passione di Giovanna d’Arco), a come presta il suo corpo nudo, steso su un lenzuolo blu, alle panoramiche di Godard, a come lascia che l’occhio del maestro la sezioni e la sottoponga a una sorta di anatomia scopica (dettaglio dei denti che mordicchiano il labbro, dettaglio della bocca che si apre, dettaglio delle labbra che si tendono, plongé sulla mano che afferra e stringe il lenzuolo…).

Ripete ciò che le viene detto di fare? Forse sì. Stupida? Chissà. Se lo è, è perché rifà ciò che faceva la vera Anne: accettava di immolarsi come icona della rivoluzione, come quando – nel finale di One plus One, il docu-film di Jean-Luc sui Rolling Stones – veniva prima fucilata e poi issata su una gru, abbracciata a una cinepresa, fra una bandiera nera anarchica e una rossa socialista, tanto docile da accettare di interpretare non un personaggio ma di incarnare un’idea. Stupida anche Anne Wiazemsky? Chissà. Certo è che nel darle corpo e voce e volto, Stacy Martin ci ricorda quanto al cinema godiamo tutti – rivoluzionari e conservatori – della sublime, generosa e irresistibile “stupidità” degli attori.

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