Mine – La regia di Fabio & Fabio

di Gianni Canova

Click. Fa uno strano rumore, secco e al tempo stesso sordo, il piede sinistro del sergente Mike Stevens (Armie Hammer) quando si posa su una mina inesplosa nel bel mezzo del deserto afghano. Pochi metri più in là il suo commilitone Tommy Madison (Tom Cullen) è appena saltato in aria, dilaniato dalle ginocchia in giù. Lui sa che basta che muova il piede per saltare in aria a sua volta. E allora resta lì, bloccato. Come paralizzato. Costretto all’immobilità per restare vivo. Resterà così per più di due giorni e due notti, inginocchiato in mezzo al nulla, in attesa che arrivi qualcuno a salvarlo. Ma arriverà qualcuno? Intanto, in quelle 52 ore di inferno, lui dovrà combattere, immobile, contro la fame, la sete, la fatica, il sole, il freddo, la solitudine. Contro le bestie feroci che lo attaccano di notte. E soprattutto contro i suoi fantasmi, i suoi traumi e le sue paure.

Si resta senza fiato, vedendo Mine: per la tensione, l’energia, la suspense. Per come sa lavorare sui codici di genere (prima il war movie, poi il survival movie, quindi ancora il bildung movie, il racconto di formazione…) piegandoli a una visione molto autoriale. C’è più cinema nella prima mezz’ora di Mine che in buona parte dei film visti quest’anno in concorso a Venezia. Ma Mine a Venezia non c’era. Misteri della fede. Dolorosi.

Nell’anno del ritorno ai generi del cinema italiano, Mine è una sorpresa inattesa e confortante. L’hanno diretto in coppia due giovani registi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, che si firmano Fabio & Fabio e che hanno cominciato a condividere la loro passione per il cinema sui banchi del liceo di San Donato Milanese. Ora, poco più che trentenni, portano sugli schermi un film di respiro internazionale, prodotto da Peter Safran (lo stesso di Buried-Sepolto), girato alle Canarie, con un cast angloamericano e con un respiro e uno sguardo davvero nuovi per il cinema italiano.

Qualcuno ha detto che lo spunto drammaturgico di base – il soldato bloccato su una mina che potrebbe esplodere da un momento all’altro – è lo stesso di altri film come Passo falso e No Man’s Land. Sì e no. Lo spunto è quello, ma poi Mine va da un’altra parte. Dove? Azzardiamo: dalle parti di Matrix? di 127 minuti? di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow? di certe graphic novels di Moebius? Fabio & Fabio sono cresciuti a pane e fumetti, e si vede. Pensano visivamente come di raro capita ai registi italiani (che pensano invece per lo più televisivamente…). E ridisegnano il mestiere della regia in modo molto innovativo. Proviamo a individuare nel loro lavoro alcune regole e alcune metodologie su cui chiunque voglia misurarsi con i mestieri del cinema dovrebbe quanto meno riflettere e ragionare.

 

  1. Fabio & Fabio lavorano in coppia. Sono uniti da un sodalizio anche commerciale (&). Altri registi italiani hanno iniziato in coppia. Miniero e Genovese, ad esempio. O anche i due registi di Salvo, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Ma i due Fabio di Mine lavorano in tandem per avere un punto di vista diverso su cui confrontarsi. Per mettersi in discussione. Per rompere il feticismo dell’autore unico e demiurgo. Rispetto all’individualismo autoreferenziale di tanti “Autori” del cinema italiano, il metodo dei due Fabio è un ottimo segnale. Di rottura, di cambiamento.
  2. Guaglione e Resinaro non si accontentano di fare i “registi”. Sono anche sceneggiatori e co-produttori esecutivi. Ma se leggete con attenzione i titoli di coda (bisogna SEMPRE leggerli, i titoli di coda…) vedrete che Resinaro è anche operatore di macchina e figura nel reparto della CG e degli effetti visivi, mentre il nome di Guaglione figura anche nel team dei montatori. Fabio & Fabio sono oltre le canoniche distinzioni di ruoli a cui siamo abituati quando parliamo dei mestieri del cinema. Vanno verso una nuova figura di filmaker totale. Ma senza essere autarchici. Se non altro, perché sono in due.
  3. Basta con le storielline generazionali. Con i problemucci sentimentali. Con giochini di sceneggiatura basati su equivoci e fraintendimenti già visti mille e mille volte. Fabio & Fabio puntano più in altro. Molto in alto. Il film che a me più veniva in mente vedendo Mine è Gerry di Gus Van Sant: anche lì il deserto, il doppio, il cinema come dispositivo molto prossimo alla filosofia.
  4. Fabio & Fabio sono la prova vivente di quanto ha detto più volte Bernardo Bertolucci: la prima dote che deve avere un regista (o chi vorrebbe diventarlo…) è la capacità di convincere qualcun altro a investire sui propri sogni e sulle proprie visioni. Guaglione e Resinaro ci sono riusciti. Hanno trovato produttori e capitali. E il film – venduto praticamente in tutto il mondo – ha già recuperato l’investimento prima ancora di uscire in sala in Italia.
  5. Le mine vere non sono mai quelle del deserto. Le più pericolose sono quelle inesplose sotto il pavimento di casa. Sono in famiglia, gli ordigni più letali. Si torna sempre lì: anche se vai a girare quello che sembra un film di guerra in quello che sembra il deserto afghano, in realtà poi si scopri che il vero rema di Mine è ancora una volta la famiglia. Con i suoi mostri, con i suoi orrori. Forse, in fondo, Mine è un film molto più italiano di quanto possa sembrare.

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