Metti la nonna in freezer – I costumi di Monica Gaetani

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

La prima volta appare in scena travestito da prete.

Lui non è un prete. È un maresciallo della Guardia di finanza.

Ma dal momento che si sta per celebrare un finto matrimonio fra una vecchina moribonda e un baldo trentenne che sposandola potrà godere a vita della pensione di reversibilità, truffando lo Stato e i contribuenti, anche lui pensa bene di fingere. Di travestirsi. Salvo poi rivelare a sorpresa, sollevando i paramenti sacerdotali, la pettorina della Guardia di Finanza.

Simone Recchia – si chiama così il personaggio interpretato da Fabio De Luigi in Metti la nonna in freezer – è un funzionario dello Stato. Severo, rigoroso, instancabile, incorruttibile.

La sua vita ha un’unica missione: stanare e punire i falsi invalidi, gli evasori cronici, i truffatori seriali, i corrotti e i corruttori. Per farlo, si traveste. Non solo da prete. Arriva perfino a indossare un’armatura medievale per nascondere la sua presenza e acciuffare i malfattori.

Gli abiti per lui non sono solo segni di costruzione dell’identità. Sono strumenti di lavoro. Costumi di scena. Maschere di una drammaturgia.

La costumista Monica Gaetani (che ricordiamo per i costumi di Soap Opera e di Il permesso – 48 ore fuori) è molto abile – in questo senso – nel fare dei costumi anche un elemento narrativo e non solo un tratto descrittivo o decorativo. Pensiamo anche solo a come si sviluppa il rapporto fra Simone e Claudia (Miriam Leone), la giovane e avvenente restauratrice che congela la nonna in freezer per poter continuare a incassare la sua pensione in attesa che lo Stato insolvente saldi i suoi debiti con lei. Ogni loro incontro, sempre giocato sul filo del paradosso e dell’ambiguità, è strutturato su un involontario gioco al massacro che passa prima di tutto per gli abiti. La prima volta che lui va a casa di lei, ad esempio, Claudia – in salopette di jeans e t-shirt – prima gli insozza la giacca nuova toccandogli la spalla con le mani ancora sporche del colore con cui stava restaurando, poi gli rovescia il caffè sulla maglietta. Quando escono a prendere il gelato, lui appoggia la coppetta al cioccolato proprio nel punto esatto della panchina su cui si siede lei, con i suoi eleganti pantaloni bianchi immacolati, con l’effetto grottesco che si può facilmente immaginare. E ancora: quando lei vuole che lui la scarichi e si stacchi, si presenta in un ristorante molto chic vestita come una battona, con trucco pesantissimo sugli occhi e abitino aderentissimo strizzaseno, generando disagio negli eleganti commensali. È l’abito, dall’inizio alla fine, che scatena svolte, che provoca e confonde.

Intriso di humour nero, con evidenti riferimenti a certa cinica commedia necrofila tipo Getta la mamma dal treno o Six Feet Under, Metti la nonna in freezer è una commedia pop, fumettara quanto basta, traboccante di travestimenti: mafiosi travestiti da statue, poliziotti travestiti da mafiosi, figli complessati travestiti da finanzieri e giovani disoccupati travestiti da faraoni. Perfino Claudia, per spingere Simone a rivelare i suoi veri sentimenti, deve travestirsi da nonna e assumere per qualche minuto i lineamenti e le rughe di una strepitosa Barbara Bouchet. Alla fine, in questa prospettiva, lo stesso Simone non è proprio un maresciallo della finanza: quando lo è, indossa comunque una divisa, un costume di scena. In realtà, è solo un uomo innamorato. E il bello del film è che ci fa capire ancora una volta che non ci sono abiti o maschere o costumi per esprimere e comunicare questa identità.

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