Manchester by the Sea – La fotografia di Jody Lee Lipes

di Gianni Canova

Niente ombra. Luce grigia, piatta. Monocroma. Come il nevischio che cade pungente sul mondo, come la neve accumulata ai bordi delle strade, come il ghiaccio che gela il cuore del protagonista Lee Chandler, interpretato da un attonito e laconico Casey Affleck. In tutta la prima parte di Manchester by the Sea la fotografia del 35enne Jody Lee Lipes (La fuga di Martha) lavora per sottrazioni cromatiche e appiattimenti luministici. Non c’è un’ombra sulle facciate di mattoncini color ruggine dei palazzi inquadrati in campo lungo, e non c’è ombra neppure nella scena in cui Lee al bar affoga il suo dolore segreto nella birra, e rifiuta l’approccio di una fanciulla che finge di rovesciargli addosso il suo bicchiere pur di entrare in contatto con lui. C’è un po’ di penombra alle sue spalle, dietro il primo piano, ma nient’altro. Niente ombre sul viso, immagini come smorte, volutamente piatte. Quasi a dire che Lee – divorato da qualcosa di indicibile – non ha neppure l’ombra in cui nascondersi e rifugiarsi. Vorrebbe sparire, vorrebbe sottrarsi alla vista degli altri, ma non può. L’immagine non gli regala notti o nebbie in cui acquattarsi per leccarsi le ferite. Che sono di quelle da cui non guarisci, pur non essendo mortali. Te le porti addosso, e sconti il dolore che ti provocano per sempre. Lee soffre. Soffre perché sa di aver generato il male e il dolore e l’orrore pur non volendolo. E reagisce alla sofferenza con l’assenza. Fa i lavoretti che deve fare per campare, aggiusta tubi, stura cessi intasati, ripara lampadari, ma risponde a monosillabi, non parla con nessuno, si sottrae a ogni contatto umano. Intanto, grazie alla sceneggiatura di Kenneth Lonergan, (candidata all’Oscar) che lavora su più piani temporali, a poco a poco riemergono tasselli del passato di Lee, schegge di una vita che – si intuisce – un tempo forse era felice, e molto diversa da come ora è. Ma non c’è solo il passato che grava sulla sua anima: quando il destino decide di accanirsi contro qualcuno, colpisce duro. E Lee è colpito di nuovo. Questa volta dalla notizia traumatica della morte improvvisa di suo fratello Joe. Shock su shock. Trauma al quadrato. Lee sale in auto e corre verso la cittadina del titolo, su su sulle coste settentrionali del Massachusetts, tra il freddo, la neve e il vento che spazza la baia. Suo fratello gli ha lasciato un nipote adolescente, Patrick, di cui deve prendersi cura. Ora è il grigio il colore dominante. Grigio il cielo, grigia l’acqua, grigi i muri dell’ospedale dove suo fratello si è spento. Nell’obitorio le piastrelle sono color verde pastello, verde acqua, ma tutto è di nuovo come spento, slavato, senza vita. Come dire: la fotografia si fa tramite dell’anestesia emozionale con cui il protagonista cerca di reggere e tollerare la devastazione del dolore.  Non si può svelare di più, parlando di un film come questo. Non si può anticipare il rimosso che a poco a poco riaffiorerà e consentirà anche a noi tutti di comprendere l’origine del dolore. Quel che però si può dire è che l’ombra irrompe nel film proprio nel flashback decisivo, quello in cui Lee esce di casa di notte per comprare una birra e cammina nel buio- finalmente – prima essere colpito dall’”incidente” che segnerà per sempre quel che resta della sua vita. Guardate il suo viso, e guardate il lavoro che la fotografia compie su di lui: dalla piattezza monocroma della prima parte alle immagini molto più contrastate della parte centrale, dove l’ombra è il tratto connotativo del passato. Nel presente narrativo, cioè nel finale del film, tornano le immagini monocrome dell’inizio: guardate la scena in cui zio e nipote giocano per la strada con una pallina da tennis, o quella conclusiva sulla barca che naviga nella baia. Di nuovo: niente ombre. Ma, se non altro, non c’è più neve. L’inverno è finito. Forse, il giacchio si scioglierà anche nel cuore di Lee. Forse. Perché i cuori sono come i ghiacciai: ce ne sono di quelli che non si sciolgono mai.

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