Loving Vincent – La distribuzione Nexo Digital con Adler Entertainment

di Gianni Canova

A voi piace Van Gogh?

A me tantissimo. Vi siete mai chiesti perché vi piace?

Io sì. Me lo chiedo ogni volta che mi imbatto nella riproduzione di uno dei suoi dipinti.

E me lo sono chiesto anche vedendo in un cinema parigino Loving Vincent, il titanico film d’animazione che usa i quadri di Van Gogh come “location” animata per ambientarvi un’indagine sul mistero della morte del grande pittore (suicidatosi – così, almeno, si dice – nel 1890, a soli 37 anni d’età). Van Gogh mi piace perché a fine Ottocento, pochi anni prima dell’invenzione del cinematografo (1895), è l’artista che porta l’arte della pittura quanto più possibile vicino a quella visualizzazione del movimento che di lì a poco il cinema avrebbe reso concreta e riproducibile.

La celebre “pennellata” di Van Gogh non rappresenta solo un’ardita sperimentazione sulla natura materica del colore. È anche un tentativo sublime di catturare l’attimo, il fluire della luce, il fluttuare del tempo, il continuo movimento del visibile, quasi a voler fissare nell’immobilità del quadro l’inarrestabile divenire del mondo. Tutto si muove, nei quadri di Van Gogh. E gli animatori che hanno realizzato Loving Vincent cercano di far vedere davvero quel movimento che nei dipinti era alluso, suggerito, evocato: trasferiti sullo schermo, i celebri campi di grano o i cieli stellati dei quadri diventano il décor mobilissimo di un film che fa muovere gli attori dentro la riproduzione animata dei quadri, trasformando gli attori stessi in “parti” del dipinto animato.

Sapevo che in Italia il film era annunciato come “evento” da Nexo Digital e Adler Entertainment: tre giorni di programmazione – dal 16 al 18 ottobre – in un numero non esiguo ma inevitabilmente ristretto di sale. Trovandomi in Francia per lavoro, nel timore di non trovare più il film in sala al mio rientro in Italia, ho deciso di vederlo nella multisala delle Halles, a Parigi. Saletta non grandissima ma sold out già alla proiezione del pomeriggio di sabato 21. Tutto esaurito ad ogni proiezione, mi dice la maschera. Fra me e me faccio l’ennesima amara considerazione sulla passione cinefila dei francesi. Mi dico che in Italia un film così il sold out se lo sogna. Invece – per fortuna – mi sbaglio.

Stavo ragionando col paraocchi. Con i pregiudizi. In base a luoghi comuni. Al mio rientro in Italia scopro che Loving Vincent in tre giorni ha chiamato al cinema 130.000 spettatori e ha incassato 1.200.00 euro. Più di Blade Runner 2049. Molto molto di più di tutti i film italiani usciti dall’inizio stagione. Più del 50% degli incassi totali di quei tre giorni. Tanto che Nexo annuncia un’altra uscita-evento del film il prossimo 20 novembre. Ma intanto – a sorpresa – il film è ancora in cartellone in numerosi cinema. A Milano, a Roma, a Firenze. Ma anche – per dire – a Chiavari, a Bra o a Castellamare di Stabia. 58 sale in tutta Italia. Spesso – guarda un po’ – sold out.

Certo: qualcuno dice che è un’operazione kitsch, come lo era – a detta loro – la mostra Van Gogh Experience. Che è inaccettabile manipolare in questo modo i quadri di un genio come Van Gogh. Che l’arte andrebbe rispettata di più. Io penso invece che le opere d’arte non siano farfalle imbalsamate da tenere sotto teca e da osservare con reverenza stando a debita distanza. Penso che vadano usate. Penso che l’artista ce le abbia donate perché si espandano nel mondo e lo rendano un po’ più bello, in certi casi anche migliore. Mi piace l’idea che l’arte si espanda, che si contamini con altri linguaggi, e che il cinema stesso attui un’operazione di “rimediazione” dell’arte assorbendola in sé, e riscrivendo se stesso dopo averne assimilato la lezione.

I registi di Loving Vincent Dorota Kobiela e Hugh Welchman non si limitano ad animare dettagli dei quadri di Van Gogh, come già aveva fatto il grande Akira Kurosawa nell’episodio Corvi del film Sogni, dove Martin Scorsese nei panni di Van Gogh osservava i corvi neri che si levavano in volo dal campo di grano di uno dei suoi più celebri dipinti. Qui tutto si muove. Panta rei: è la luce che scivola, tremola, illumina, colora. Dove c’è il colore. Perché una parte di Loving Vincent è in bianco e nero: tutti i flashback che riguardano il passato e che vengono rievocati dai personaggi interrogati dal giovane in giacca gialla e cappello a larghe tese che sta indagando sulla morte del pittore, sono in un bianco e nero ridipinto e trasformato a sua volta in un artefatto pittorico, pur mantenendo riconoscibili – sotto il trattamento fotopittorico – le fisionomie degli attori.

Così i colori inconfondibili di van Gogh (i suoi gialli-oro, i suoi blu-notte, i suoi verde-foglia, i suoi giallo-paglia…) coabitano e si mescolano con il colore del cinema (il bianco e nero) in un’operazione di ibridazione che non ha uguali nella storia del cinema e che traccia una nuova frontiera nel laboratorio creativo dell’animazione contemporanea. Mentre Disney e Pixar bamboleggiano, in Europa – oltre che in oriente – si sperimenta (ricordiamoci anche di Gatta Cenerentola…) e si ridà all’animazione quell’aura di ricerca estetica che i successori di Walt Disney e di John Lasseter hanno un po’ dimenticato.

In Italia però un’operazione come Loving Vincent è interessantissima anche da un punto di vista distributivo. Dice che quando c’è il prodotto, il pubblico va al cinema. Dice che un film bisogna saperlo lanciare. Bisogna saperlo comunicare al pubblico che lo può apprezzare. Bisogna saperlo far desiderare. E magari anche dire che lo devi vedere in quei tre giorni, perché poi non sarà più in sala. La distribuzione di Nexo Digital e Adler Entertainment ha saputo fare tutto questo. I signori del marketing, che si ostinano a far uscire i film tutti nello stesso periodo e a lanciarli tutti allo stesso modo, hanno di che riflettere.

Questa settimana è previsto un altro film evento, questa volta distribuito da I Wonder: si tratta di Manifesto, film-saggio sull’icona Cate Blanchett: facesse anch’esso risultati interessanti al botteghino, ci sarebbe davvero da chiedersi se è ancora accettabile che i produttori italiani (pubblici e privati…) e i direttori di festival trascurino con ingiustificabile saccenza esperimenti di questo tipo e continuino a puntare su film più o meno tutti uguali, che il pubblico non andrà mai a vedere.

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