Loveless – Il montaggio di Anna Mass

di Gianni Canova

Finché c’era, era come se non ci fosse.

Solo quando non c’è più, comincia a esserci davvero.

Loveless di Andrey Zvyagintsev, premio della Giuria al Festival di Cannes e candidato all’Oscar® per la Russia come miglior film straniero, ruota tutto attorno a questo paradosso. A questo strappo: Alyosha, ragazzino di 12 anni, non voluto e non amato né dalla madre né dal padre, percepito da entrambi come un fastidio, come un ostacolo al loro progetto di farsi una nuova vita con un nuovo partner, a un certo punto decide di scomparire. Di uscire di scena. Di lasciare vuota la sua cameretta. Scompare proprio mentre padre e madre sono entrambi impegnati in un rapporto sessuale con il nuovo e la nuova partner, e richiama entrambi bruscamente a occuparsi di lui. A osservare il vuoto che sparendo ha lasciato. Ma anche stavolta per questi genitori anaffettivi la scomparsa del figlio è più un impiccio che un dolore. Non per nulla siamo in un film che si intitola Loveless, immersi in un mondo senza amore.

Il montaggio di Anna Mass – collaboratrice di Zvyagintsev già nel precedente, bellissimo Leviathan – coopera in modo determinante a generare quella feroce sensazione di disagio e di deriva che il film trasmette a tutti noi. Prima della sparizione di Alyosha, Loveless si “srotola” infatti attraverso lunghi piani sequenza, spesso a camera fissa, in cui l’assenza di montaggio sembra voler sottoporre a uno sguardo da entomologo distaccato e raggelato il comportamento egoistico dei vari personaggi.

Dopo lo strappo, invece, Anna Mass comincia a spezzare le scene, a usare il controcampo, a rompere il quadro innescando punti di vista diversi. Se la prima parte del film fa un po’ l’effetto di un versione russa del bergmaniano Scene da un matrimonio, la seconda parte acquista il ritmo e il tono di un thriller slavo immerso nel gelo, nel buio e nella neve. In un film pieno di cancelli, ringhiere, cancellate, sbarre e recinti (a partire da quelli in cui è rinchiusa come un fortilizio diroccato la casa della vecchia madre della protagonista), il montaggio prova a trasferire anche sul linguaggio quelle rotture e quelle fratture che colpiscono e feriscono l’anima dei personaggi.

Si veda anche solo la scena in cui i due coniugi che si stanno lasciando litigano in auto e si aggrappano a ogni pretesto (la musica troppo alta, il fumo di una sigaretta, l’aria dei finestrini aperti in pieno inverno) per sbranarsi a vicenda: Anna Mass sceglie di montare la scena con strappi bruschi e violenti, quasi a voler mimare anche ritmicamente e sintatticamente la brutalità del conflitto. Nelle scene madri tuttavia il montaggio scompare. Così come le due lunghe sequenze di sesso poste proprio al centro del film – quella del padre di Alyosha con la nuova giovanissima compagna incinta e quella più appassionata e brutale della madre con il nuovo facoltoso amante cinquantenne – sono girate entrambe in piano sequenza, da lontano, nella penombra, allo stesso modo in piano sequenza è girata anche la scena agghiacciante dell’obitorio, con la macchina da presa che sta sui volti impietriti dei due genitori incapaci di amare altri che se stessi e afferrati da un disperazione che li mette finalmente di fronte al vuoto assoluto delle loro anime.

Provvederà la vita a punirli. Nell’epilogo, mentre la Tv trasmette le notizie della guerra in Ucraina e noi percepiamo pur senza vederla l’immagine di un paese che divora i suoi figli e che sta cadendo a pezzi, i due protagonisti si ritrovano accanto al nuovo partner in quella medesima condizione di indifferenza e di insopportazione reciproca da cui avevano creduto di fuggire separandosi.

Loveless, senza amore. È la tragedia degli umani, capaci solo di sbranarsi a vicenda, sembra suggerire Zvyagintsev. Capaci di far piangere un bimbo che ascolta di nascosto i genitori litigare perché nessuno lo vuole con sé. Feroci, gli umani. Egoisti, solipsisti, edonisti. L’unica forma d’amore, non a caso, l’avevamo vista all’inizio del film: nel fiume gelato sommerso dalla neve nuotava in silenzio una famiglia di anatre. Unite, appagate. Bestie. Non sanno, loro, cos’è l’amore. A differenza degli umani, lo fanno. Lo vivono. Anche nel gelo del mondo.

Gli umani non ne sono capaci, non ne siamo capaci. Punto. Utile, utilissimo che proprio a Natale appaia sui nostri schermi anche un film così.

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