L’ora più buia – La recitazione di Gary Oldman

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

 

La cosa più strabiliante è la voce.

Certo: ci sono le 4 ore quotidiane di trucco sotto la supervisione del mago del make up Kazuhiro Tsuji per rendere il volto e il cranio di Gary Oldman il più possibile somiglianti a quelli di Winston Churchill.

C’è lo studio attento e meticoloso della postura, delle camminate, della gesticolazione, dell’esatta posizione degli occhiali inforcati sul naso.

Ma tutto questo virtuosismo mimetico sarebbe vano se non ci fosse, su tutto e prima di tutto, il lavoro sulla voce.

Gary Oldman ha studiato attentamente la dizione di Churchill, il ritmo delle frasi nei suoi discorsi pubblici, la sua tendenza a troncare le parole, a sconnettere le frasi, a non rendere sempre immediatamente intellegibile il parlato. Ed ecco che sul set Oldman a volte biascica, farfuglia, tartaglia, si inceppa. Poi, con improvvisi colpi d’ala verbali, ritrova il bandolo del discorso e la sua voce impastata di whisky e di tabacco, si impenna nei grandi discorsi che hanno saputo mobilitare un intero popolo, oltre che il Parlamento britannico, spingendoli a resistere fino all’ultimo di fronte alla minaccia che la svastica del Terzo Reich potesse sventolare su Buckingham Palace.

Lo si dice apertamente nel finale del film: “Churchill ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in guerra”. Vero: a vedere questo film, magari in dittico con Il discorso del re (2010) di Tom Hooper, viene effettivamente da pensare che la Gran Bretagna abbia fermato l’avanzata della barbarie nazista con le parole prima ancora che con le armi.

L’ora più buia è un omaggio, energico e commosso al tempo stesso, alla forza mobilitante delle parole: quelle scritte, quelle lette, quelle pronunciate alla radio. O le parole del popolo britannico nella scena-madre della metropolitana, quando Churchill scende nell’underground per sentire i sudditi di Sua Maestà che urlano tutti insieme “Never!” di fronte all’ipotesi di arrendersi a Hitler. E ancora le parole biascicate al telefono, seduto sulla tazza del WC, con il riluttante presidente americano Roosevelt, o le parole ironicamente affettuose della moglie, che nell’intimità chiama Churchill “Porcellino”, o ancora quelle battute a macchina dalla devota segretaria, che impara a memoria i suoi discorsi e li sussurra in silenzio mentre lui li declama in pubblico ad alta voce.

Churchill – non dimentichiamolo – era uno scrittore prima che un politico. Nel 1953, non a caso, avrebbe vinto il Premio Nobel per la letteratura. E ha lasciato più opere lui – come è stato detto – che Shakespeare e Dickens messi insieme. Giocoliere del linguaggio, Churchill è un retore consumato. Fin dal primo discorso che gli sentiamo pronunciare nel film, quando promette al suo popolo: “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”.

Gary Oldman pronuncia queste parole con un’immedesimazione che fa venire i brividi. E poi ringhia, tossicchia, ingurgita skotch e mastica tabacco, e mette le mani sui fianchi e imita Churchill anche nel modo di camminare, con il busto e il capo leggermente reclinati in avanti, e le mani spesso dietro la schiena. Ma diventa sublime quando pronuncia le frasi che Churchill ha scolpito nell’immaginario di tutti: “Le cause perse sono le uniche per cui vale la pena combattere”. Oppure: “Quelli che non cambiano mai idea, non cambiano mai niente”.

È quasi d’obbligo vederlo in lingua originale, un film così. Solo in questo modo si può apprezzare fino in fondo il lavoro dell’attore. E si riesce a capire perché nel discorso finale in Parlamento, quando nell’ora più buia il Primo Ministro britannico riesce a convincere una nazione intera a non mollare, e le infonde l’energia e la fiducia per continuare a combattere, Oldman dà la sensazione di essere davvero Churchill, e ha un carisma e una statura da vero leader e trasmette a tutti l’idea di cosa potrebbe essere la politica se i leader fossero di quella tempra, e se avessero il coraggio di dire al popolo la verità, anche se amara, anche se bisognosa di lacrime e sangue, invece che inventare favole e menzogne nella speranza di ottenere qualche consenso in più.

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Ivana Onesto 4 mesi fa

Avevo scritto questo NELL'ORA PIÙ BUIA Gary Oldman, chi è mai questo mostro di bravura, questo attore che si contorce nel fisico e nella mente per addentrarsi nell'animo di un personaggio, per sviscerarlo, per frantumarlo e ricomporlo con i suoi mezzi attoriali. Nell'ora piu buia, Oldman ci consegna il suo Winston Churchill in tutto il suo fulgore. Ne indaga il carattere impulsivo, talora maldestro, ma estremamente puro, accanito, assetato di cultura. Sarà la parola dell'amata moglie, ma soprattutto il delicato approccio del re Giorgio VI che smuoveranno la ruvida coltre del suo non sempre gradito atteggiamento, e lasceranno emergere il vero Churchill, quello che riscuoterà il successo. Figura chiave il Re, Giorgio VI, che sa consigliare e infondere il giusto coraggio al primo ministro nell'ora buia della scelta, della decisione. Poggiando il suo rapporto sul piano della confidenza e superando la diffidenza iniziale (Churchill aveva infatti appoggiato l'abdicazione del fratello Re Edoardo VIII costringendo il riluttante Principe Albert a diventare Re Giorgio VI, avendone intuito le doti reali), il Re entra nel recondito dello Statista, e apre il varco per un'intesa di reciproca fiducia. Il consiglio di ascoltare, di sintonizzarsi col suo popolo sarà accolto dallo Statista in modo fervido, perché fervido è appunto il suo agire. Come non ricordare, a questo proposito, le parole di Napoleone Bonaparte "Vinco le mie battaglie anche con i sogni dei miei soldati".

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