Lo chiamavano Jeeg Robot – Il suono in presa diretta di Valentino Giannì

di Gianni Canova

Innestare una trama tipicamente fantasy (un uomo ordinario che acquista all’improvviso poteri straordinari) in un contesto marcatamente realistico. In altre parole: realizzare un film su un supereroe e ambientarlo tra i palazzi fatiscenti e i quartieri degradati di Tor Bella Monaca, periferia di Roma, in mezzo a personaggi che sembrano usciti per metà da Suburra e per l’altra metà da Non essere cattivo di Claudio Caligari. Lo chiamavano Jeeg Robot, appassionato ed appassionante esordio alla regia nel lungometraggio di Gabriele Mainetti, si fonda su questa scommessa. E ha la forza e la coerenza per far vivere (e vincere) la scommessa non solo sul piano visivo e su quello narrativo, ma anche sul piano sonoro. Nella colonna sonora, ad esempio, suoni diegetici realistici (il rumore dei passi, il soffio del vento, il latrato dei cani, lo stridìo delle ruote delle auto sull’asfalto) si mescolano e si sovrappongono con un brusio mediatico onnipresente, tanto che i personaggi agiscono sempre sul proscenio di un contesto in cui irrompono nella banda acustica, di volta in volta, i dialoghi e le canzoni della serie televisiva animata anni ’80 Jeeg Robot, le cronache e i Tg degli apparecchi televisivi sempre accesi e le canzoni ascoltate dai personaggi, che a volte le cantano pure (da Non sono una signora di Loredana Bertè a Un’emozione da poco di Anna Oxa).

In questo quadro, un ruolo importantissimo è svolto dal suono in presa diretta di Valentino Giannì. Guardate anche solo la scena in cui vengono liberati i cani e tutto l’orrore che ci piomba addosso passa non solo attraverso il montaggio velocissimo e schizzato delle immagini, ma anche da un impasto sonoro in cui si mescolano il ringhiare e il latrare dei cani, il rumore furioso delle zampe e delle unghie che grattano per terra e le urla di dolore degli umani morsi ed azzannati. E’ una scena impressionante, che ben esprime il realismo anche sonoro del film. Ma a volte questo realismo diventa iperrealismo: i suoni si gonfiano, si dilatano, cessano di essere indizi acustici del reale e diventano finzione, racconto, amplificazione. Come nella scena iniziale, con i rumori della corsa di Enzo Ceccotti (un Claudio Santamaria volutamente appesantito e imbolsito, a incarnare la tipologia fisica dell’uomo qualunque, del coatto di periferia) inseguito dalla polizia per le strade di Roma, con l’eco dei passi che rimbomba, il fiato ansimante, i motori delle auto che rombano. Per sfuggire agli inseguitori, Ceccotti si immerge nelle acque scure e limacciose del Tevere: e lì è ancora il sonoro che crea la differenza fra i due mondi, quello fuori dall’acqua (con rumori realistici) e quello sott’acqua (con suoni attutiti e al tempo stesso dilatati, a significare che siamo oltre i confini della realtà). Nell’acqua Ceccotti si immerge senza volerlo in un bidone con sostanze radioattive che fanno di lui, appunto, un supereroe. Ma è il suono – prima di tutto – che ce lo dice: fate attenzione al rumore assordante che fanno le sue mani quando si appoggia alla banchina e si solleva per uscire dal fiume. Quello non è il rumore di una mano umana. Quello è il rumore della mano di un supereroe. Tutto il suono è costruito così: presa diretta sul reale e amplificazione in direzione del fantasy. Fino all’epilogo allo stadio, in cui lo scontro finale fra il Jeeg Robot di Tor Bella Monaca e lo Zingaro di Luca Marinelli – allucinato e sfregiato più del Joker di Batman –  si celebra in un tripudio di suoni al contempo realistici e fantastici, prima che sui titoli di coda Claudio Santamaria intoni una versione intimista e struggente proprio della sigla del cartone animato Jeeg Robot d’acciaio, composta a suo tempo da Fogus, e ora riarrangiata in chiave di ballata malinconica da Gabriele Mainetti e Michele Braga, che firmano insieme la colonna sonora del film.

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