L’età d’Oro – Il montaggio di Roberto Perpignani

di Gianni Canova

Sembra davvero immersa nell’oro, l’arena cinematografica all’aperto in cui la regista Emanuela Piovano ambienta il suo omaggio color nostalgia agli anni in cui il cinema era il cinema, e alimentava passioni esclusive e divoranti che ti riempivano e al tempo stesso ti rubavano la vita.

In riva al mare, nella cittadina pugliese di Monopoli, l’arena di Arabella (questo il nome della protagonista) sembra un prodotto di oreficeria luministica: brilla nella notte, irradia la luce delle luminarie come un tempio addobbato per la festa patronale, pare quasi una cattedrale che luccica nel buio. Lì, il cinema celebra i suoi riti laici e le sue transustanziazioni, alternando due registri e due stili ben amalgamati dal montaggio: nelle sequenze ambientate nella contemporaneità, quelle che raccontano il viaggio di un figlio che torna a trovare la madre ossessionata dal cinema, la macchina da presa è rigorosamente ferma, immobile, e tutto il movimento è delegato ai personaggi, al profilmico.  Viceversa, le scene dei filmini in super8 realizzati dalla protagonista sono mosse e movimentate dall’uso della macchina a mano, secondo gli stilemi tipici del cinema underground e sperimentale degli anni Settanta. Il problema più grosso per il montatore Roberto Perpignani (un gigante: ha montato Il processo di Orson Welles, è stato il montatore di fiducia di Bertolucci per Il conformista e Ultimo tango a Parigi, o dei fratelli Taviani fino a Cesare deve morire) è stato quello di assemblare i due registri senza farli entrare in rotta di collisione, mantenendo un tono di realistica credibilità anche nell’accostare immagini che fanno attrito. Il suo lavoro trova l’espressione più alta e compiuta nella sequenza finale: mentre nell’Arena si proietta di fronte a un pubblico commosso il film che è di fatto il testamento spirituale di Arabella, il figlio vede quel medesimo film – grazie a un gioco perfetto di montaggio alternato e di sovrimpressioni – praticamente sul parabrezza della sua auto. Quasi a dire che il cinema è ovunque e in nessun luogo, e che la sua natura fantasmatica lo fa vivere dove il nostro desiderio o il nostro affetto vogliono che viva. Capita, a volte, di imbattersi in sequenze che valgono da sole l’intero film di cui sono parte: questa è una di quelle. In un film che non sempre riesce a trasmettere anche a noi spettatori il pathos e le emozioni da cui è animato, qui – nelle parole di una madre che rivendica di aver dato al figlio uno sguardo e nello sguardo di un figlio che non è dove la madre sperava che fosse, ma che proprio per questo conferma il suo esserciL’età d’oro trova il suo senso, e il suo pathos. Il personaggio di Arabella, interpretata da Laura Morante, richiama esplicitamente la figura di Annabella Miscuglio, regista, femminista e documentarista militante, tra i fondatori del Filmstudio di Roma, nonché maestra e amica della regista Emanuela Piovano.

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