Le donne e il desiderio – La fotografia di Oleg Mutu

di Gianni Canova

I colori sono smunti, sbiaditi, slavati. Verdeacqua. Biancopanna. Aranciosalmone. Più che colori, sono tracce mnestiche di quel che il colore può essere stato. O prefigurazioni di ciò che potrebbe essere. In un altro mondo. Perché lì, nella Polonia del 1990 fotografata dal rumeno Oleg Mutu in Le donne e il desiderio, il mondo appare tendenzialmente in bianco e nero: quel grigio monocromo e uniforme, quasi senza ombre, che sa tanto di cortinadiferro e di murodiberlino, di socialismoreale e di spievenutedalfreddo.

Il paesaggio esterno è fatto di alveari biancastri ripresi in campo lungo, galleggianti in un terriccio senza erba, arso e spelacchiato, con qualche gracile alberello qua e là a testimoniare il ricordo (o il desiderio?) del colore verde. Anche gli interni sono sostanzialmente decolorati. Piatti, piallati: il décor ideale per accogliere un’infelicità diffusa, che serpeggia nei volti, nei gesti, nelle relazioni.

Tre donne, tutte e tre bionde, sono al centro della scena: Agata, che evade dal cappio di un matrimonio infelice inseguendo fantasie erotiche con il parroco del paese; Iza, direttrice della scuola locale, che ha una relazione con un medico, padre di una sua alunna; infine Renata, matura insegnante di russo, prossima alla pensione, che nutre un’attrazione pungente per Marzena, la sua giovane e bella vicina di casa.

Tre e tre sono attraversate dal desiderio. Ma il desiderio, in loro, è come il colore: lo si vede appena, immerso in un mare di ghiaccio affettivo. Affiora per un attimo, scalda un po’ e poi scompare. Il regista polacco Tomasz Wasilewski – che ha vinto con questo film L’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura al Festival di Berlino – sottopone le sue donne e i loro corpi a un trattamento pittorico molto raffinato: ci sono – come è stato giustamente osservato – tracce di Ingres, di Rubens, di Degas, nel modo in cui le filma, nella luce in cui le avvolge, nel gelo in cui le immerge.

Perché tutte e tre sono oggetti passivi del desiderio maschile: Iza si fa prendere rabbiosamente da uno sconosciuto che poi scoprirà essere un ex-alunno che lei aveva bocciato; Marzena lascia che un fotografo sparga il suo seme sul suo corpo nudo; Agata chiede al marito di sfogare su di lei una sessualità che in lei si accende solo con la vista del prete. Ma nel momento del sesso e del piacere maschile, tutte e tre sono come assenti, o indifferenti. Marzena è perfino svenuta. Non sentono niente. Dai loro volti non traspare nulla. Soprattutto, non c’è nessuna traccia di piacere.

Qualcuno ha detto che la fotografia di Mutu è come cimiteriale: spalma sui corpi e sui volti una pellicola di gelo e diluisce il desiderio fino a farlo scomparire. In realtà, il desiderio è come il colore: c’è, ma si vede appena. Nei verdeacqua e nei verdeoliva di Agata, nel cappotto cammello di Iza, nella vestaglia bordeau e nella lingerie color panna acida della matura Renata. Macchie, tracce, sfumature: ma è quel che basta per farci desiderare di vedere.

Tanto il colore quanto il desiderio.

Tags

, , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema