Le confessioni – La fotografia di Maurizio Calvesi

di Gianni Canova

Bianco. Bianco panna. Bianco crema.
Grigio. Grigio avorio. Grigio fumo.
Solo un po’ carta da zucchero.
È un mondo dai colori tenui quello in cui si svolge Le confessioni di Roberto Andò.
Sospeso in una dimensione quasi metafisica,
deve alla fotografia di Maurizio Calvesi quell’impressione
di luminosità monocorde ed uniforme che domina gli esterni
in contrapposizione alla luce più naturalistica
se non addirittura espressionistica e barocca che illumina gli interni.
Fuori tutto è immobile. Sospeso. Bloccato.
Come in una piazza di De Chirico. Come in un quadro di De Pisis,
a cui Calvesi – per sua diretta ammissione – si è ispirato.
Dentro invece tutto si muove e la fotografia arriva a costruire scene
– come quella del dialogo fra il monaco Roberto Salus
e il politico italiano interpretato da Pierfrancesco Favino –
che galleggiano in un buio simile a quello di un interno del Caravaggio.
Girato in un albergo affacciato sul mare del Nord,
in un luogo geografico in cui la notte quasi non esiste,
e comunque non ha la densità e la pienezza delle notti mediterranee,
il film di Roberto Andò deve proprio alla strepitosa fotografia di Calvesi
la capacità di far precipitare visivamente la realtà nella metafisica
e viceversa la capacità di sottoporre la metafisica alla prova del reale.
Dentro e fuori incessantemente si confondono, si mescolano:
da fuori si vede il dentro, da dentro si scorge il fuori.
Tutti vedono tutti, tutti nascondono qualcosa.
E l’ambizione del film è proprio quella di riuscire a mostrare
anche quel che non si vede.
A far vedere che LÌ C’È QUALCOSA che non si vede.
Cos’ê la prima cosa che vede il monaco Roberto Salus appena uscito dall’aeroporto?
Una sorta di fachiro sospeso nel vuoto, un illusionista che simula la levitazione.
Salus si ferma a guardarlo stupito, assieme a due bimbi.
Il trucco c’è ma non si vede. Si vede però che c’è qualcosa che non si vede.
Questa scena è a suo modo prolettica: anticipa tutto il film, lo pre-figura.
Ci dice che quel che si vede – si tratti di un fachiro o del potere –
si regge su qualcosa che non si vede.
Il segreto del Potere, il potere del Segreto.
In questo chiasmo c’è l’essenza del cinema di Andò.
Ed è un’essenza che vive anche questa volta nelle immagini di Calvesi.
Immagini che dopo aver operato per tutto il flm su un doppio registro
trovano la loro unità dialettica nella lentissima panoramica sulle note di Schubert
con cui viene resa la morte di Roché, il personaggio interpretato da Daniel Auteuil.
Lì c’è la sintesi perfetta fra realismo e metafisica. Intorno alla morte, non a caso.
Forse, Le confessioni è più hitchcockiano di quanto appaia.
Forse, prima di tutto, è davvero un film sul nulla.
Il nulla del segreto, il nulla del Potere.

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