Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore. La regia di Robin Pront

di Gianni Canova

Grigio. Grigio ovunque. Grigio nell’aria, nel cielo, sull’asfalto. Ma grigio anche sui volti, sulla pelle, sugli abiti, nelle anime. Come se lo squallore del mondo si fosse depositato tutto in quella patina grigiastra che copre uomini e cose, in quel fumo spesso che aleggia nei locali e che a volte sembra togliere il respiro.

Siamo nei dintorni di Anversa, in uno di quegli angoli del Belgio che abbiamo imparato a conoscere grazie ai film dei fratelli Dardenne. Ma qui l’umanità che popola l’opera prima del giovane regista Robin Pront (nomination all’Oscar come miglior film straniero nel 2017) sembra uscita da uno sgabuzzino dei fratelli Coen.

Marginalità e fatalità. Vite perdute. Destini fallimentari. Cadute senza possibilità di riscatto. Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore è una sorta di tragedia di Caino e Abele ambientata ai giorni nostri: due fratelli – uno mite e ragionevole, l’altro aggressivo e impulsivo – amano entrambi la stessa donna, anche se uno dei due – l’impulsivo – non sa che mentre lui era in galera lei, Sylvie, si è messa col fratello. Basta questo “tradimento” per innescare una spirale autodistruttiva che porterà la storia a inabissarsi dentro i boschi delle Ardenne, in un magma di fango, sangue, neve e fuoco.

La regia di Pront all’inizio raffredda questo materiale narrativo. Allontana e distanzia. Almeno per un po’. Guardate come filma ad esempio la scena dell’uscita di galera del fratello “cattivo”, inquadrando l’incontro col fratello “buono” in un campo lunghissimo, ritagliato nello spazio visivo angusto dello specchietto retrovisore laterale dell’automobile.

Ma guardate anche come usa spesso vetri o diaframmi trasparenti per tenere la macchina da presa distante dai personaggi e per giocare su effetti “pittorici” che scivolano sull’azione: quando i due fratelli litigano in auto, ad esempio, la macchina da presa sta fuori, e li inquadra attraverso il vetro dei finestrini su cui si riflettono anche scheletrici rami d’albero che si proiettano in sovrimpressione sui volti, mentre nella scena in cui sono al pub la macchina da presa li scruta sempre da fuori, attraverso la vetrina del locale su cui scivola la pioggia che cade battente.

Soprattutto nella prima parte, la regia è sempre molto attenta alla costruzione delle inquadrature, al taglio prospettico, al punto di vista a partire dal quale si dipana la storia. La scena in cui Sylvie (l’attrice Veerle Baetens, già vista in Alabama Monroe) si confessa nel gruppo di autocoscienza è girata ad esempio in piano sequenza, senza stacchi di montaggio, con la macchina da presa che lentamente ma inesorabilmente stringe su di lei, e in questo caso si avvicina, le sta addosso, la scruta mentre parla, si asciuga le lacrime, inspira rumorosamente col naso e tiene a bada il disagio che la divora dentro.

Questa “compostezza”, questa pregnanza visiva, scompaiono nella seconda parte, quando la vicenda scivola e deraglia verso la tragedia che si consumerà fra i boschi delle Ardenne: lì, giocando con gli stilemi del noir e con il fatale destino di losers dei suoi personaggi, con la loro latente vocazione alla sconfitta, Robin Pront si getta con la sua macchina da presa nella fanghiglia e ci si avvoltola insieme ai personaggi, senza più cercare una “forma” che riscatti l’infinito squallore degli umani.

Ma proprio in questo modo, azzerando la distanza, riesce a produrre il colpo di scena che ci colpisce nel finale facendoci sentire che anche quei personaggi sono umani come noi, e che con noi che li guardiamo condividono in fondo la medesima, dolente umanità, e un’analoga impotenza di fronte alla forza del destino.

Tags

, , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema