L’ACTE

Autore: Alexandre Perez

Premio: Screenplay Award 2015

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Stella Selvatico 10 mesi fa

L'acte in meno di un minuto riesce a narrare compiutamente il dramma dello stupro. Il cambio di ritmo restituisce l'ambiguità con cui ancora oggi questa terribile violenza viene considerata: l'incipit in slow-motion e i primi piani portati all'eccesso rimandano alla consueta colpevolizzazione della vittima. Le ciglia infoltite dal mascara, l'eye-liner azzurro e quei lunghi capelli lasciati sciolti non sono forse lusinghe sensuali? Poi la macchina da presa si allontana e il ritmo si fa più serrato: la vittima tenta di divincolarsi dall'aggressore, ma sono tentativi vani. Così quella gonna - forse troppo corta, allora se l'è cercata? - viene violata e, come troppo spesso accade, là tra l'apparente tranquillità delle mura domestiche, circondate da vicini forse distratti, forse indifferenti, la violenza viene consumata. Un invito alla riflessione, su un tema doloroso come quello dello stupro, toccante, completo e non facilmente liquidabile.

Marta Cons 10 mesi fa

Per la società attuale il sesso è tutto, rappresenta una parte estremamente importante in un rapporto, forse troppo. Talmente tanto che viene portato agli estremi, usato e soprattutto trasposto da amore ad atto come a definire che esso sia insito della natura umana e probabilmente è così. Gli amanti si nascondono nelle case confondendosi con i rumori del mondo, seguendoli, assecondandoli ma non c'è solo questo in un universo di case a schiera confezionate tutte con la stessa normalità vi è una nota dissonante, triste e distruttiva, quando il sesso si fonde con la violenza e la parola "consenso" sparisce dal vocabolario si supera il confine che sta tra l' amore e l' atto oltrepassando le normali credenze della società.

Maria Verdiana Rigoglioso 10 mesi fa

Una coppia come tante, una donna mostra la sua fiducia dando le spalle al suo uomo, lasciando che questi si avvicini a lei per un momento di intimità. Un dito di lui si insinua tra i denti di lei e con forza allarga le labbra rosso fuoco, un fuoco che dovrebbe bruciare come il più alto dei momenti passionali e diventa invece la fiamma inestinguibile del dolore causato dalla violenza. Non c’è spazio né tempo per avere un’unica reazione, perché Alexandre Perez sconvolge lo spettatore passando dall’orrore della violenza sessuale al silenzio che la circonda ignaro o, peggio, indifferente. Una storia di amara e ripetuta realtà che mostra ciò che l’immaginazione rifiuta: l’atto in se stesso, quel fotogramma su cui nessuno riuscirebbe a soffermarsi se durasse qualche secondo di più. Il silenzio con cui Perez chiude il cortometraggio è ancor più assordante del grido della violenza stessa; in quest’ultima scena una finestra nasconde l’orrore, mimetizzandosi tra mille altre e affacciandosi sulla vita di tutti noi, che scorre inconsapevolmente impotente.

Marco Morelli 11 mesi fa

Che cos’è l’atto? Un gesto, un atteggiamento, una manifestazione concreta di un sentimento, una situazione in cui la nostra agentività prende il sopravvento sull’inibizione e ci rende consapevoli e protagonisti delle nostre azioni. L’atto è anche la suddivisione principale di ogni pièce teatrale, dalle palliatae di Plauto al metateatro pirandelliano passando per le famose tragedie di Shakespeare e le brillanti commedie di Machiavelli. Nell’omonimo corto di Alexandre Perez, già autore di “Parking”, entrambe le definizioni sembrano consone nel definire l’ “atto”, che si svela nella sua forza distruttiva e, al contempo, risulta circoscritto in un arco diegetico breve quanto significativo. Perez sceglie di guidare gradualmente lo spettatore all’interno dell’evento compiendo una crescente dischiusura del profilmico: si passa da un’iniziale smarrimento dovuto ad immagini e respiri rarefatti ad una maggior nitidezza, acquisita fotogramma dopo fotogramma e capace di rendere l’inquadratura finale perfetto suggello della narrazione e rivelazione degli intenti autoriali. Crocevia della vicenda è l’inquadratura della mano attorno al seno, vero e proprio spartiacque tra la prima parte dedicata alla vittima e la seconda al carnefice. All’inizio l’autore si focalizza sulle caratteristiche della protagonista per identificarla sia come oggetto sessuale (il rossetto sulle labbra carnose, il trucco attorno all’occhio, il seno) che come potenziale vittima (la pelle d’oca, il respiro che esce affannato dalla bocca) usando un montaggio veloce ed una fotografia che si incupisce nella seconda parte. È infatti l’ascesa di quella mano a definire l’ “atto” del titolo: lo stupro qui trattato è inteso come la massima esternazione violenta ed animalesca della natura umana. Il movimento dell’arto ripreso in camera rappresenta una climax ascendente che parte dall’esaltazione della sensualità ed arriva, in poco tempo, alla negazione dello slancio vitale attraverso la repressione dell’urlo: nel processo, il luogo del delitto risulta scarsamente illuminato, in netta contrapposizione con la fotografia più vivida delle prime inquadrature. Al silenzio forzato della ragazza nella buia cucina corrisponde quello, inesorabile, all’esterno dell’appartamento: il “mondo fuori” è raffigurato semplicemente come complesso di appartamenti in un condominio, ma tanto basta per metaforizzare l’ineluttabile contrapposizione microcosmo-macrocosmo. La telecamera arretra ulteriormente mostrando allo spettatore un ambiente di routine e all’apparenza innocuo: i prati colorati di un verde vivace, gli alberi spogli e una signora munita di valigia ornano una fredda mattina come tante, in cui l’integrità di una giovane donna è caduta in frantumi davanti agli istinti bestiali di un altro essere umano. Ma questo dramma, come tanti, è destinato all’ermetico silenzio di una stanza, perché al di là del balcone il mondo è troppo grande e spietato per ascoltare le grida strazianti della ragazza.

Edoardo Peretti 11 mesi fa

Un momento intimo e tragico dal valore universale; un atto in cui l'amore e l'erotismo valicano il confine e si trasformano in possesso cieco e violenza, la cui eco, forte nel tinello in cui il fatto avviene, si perde nel silenzio, riempito solo dal cicaleggio delle cicale, di un caseggiato di periferia e del suo cortile. Alexandre Perez realizza un'incisiva e distaccata radiografia della banalità del male, espressa dalla violenza domestica e sessuale di cui troppo spesso sentiamo parlare, che ricorda la freddezza inquietante che non lascia scampo di autori come Michael Haneke. Il punto di forza di L'Acte è la maestria registica con cui l'autore trasforma un fatto che, come le ombre indicibili nascoste dietro le mura di molte case o come gli incubi nascosti in ognuno, pare interessare solo l'intimo dei due personaggi in un fatto che riguarda inevitabilmente tutti noi. Partendo dai dettagli sfocati della bocca o della pelle della ragazza e uscendo dalla stanza fino a cogliere il microcosmo del caseggiato, in un gioco di piani sempre più lontani che vanno, appunto, dal dettaglio al campo lungo e terminano nel fuoricampo, mette lo spettatore di fronte all'indifferenza e all'assuefazione alle quali questi episodi di violenza paiono condannati e in cui l'urlo delle vittima si perde. Da questo punto di vista, sagace è anche l'utilizzo del sonoro, con l'assenza di musiche e con l'urlo della ragazza che svanisce parallelamente alla distanza che il regista pone tra noi e il fatto. A Perez non interessa quindi la retorica dello sdegno facile, dei ditini alzati e delle parole, preferisce la durezza apparentemente distaccata che nasce dalla consapevolezza del linguaggio cinematografico e delle sue potenzialità.

Stefania Tomatis 11 mesi fa

Fuori fuoco. Dettaglio bocca. Occhi sbarrati. Pelle segnata dalla paura. Un sospiro, come un risveglio improvviso. Una mano indugia sul seno, sul collo e poi come un amo sulla bocca. La preda è catturata. La camera ora è sulla stanza, una cucina. Un uomo tenta uno stupro. I lamenti della donna piano piano scompaiono. L'inquadratura è ora in esterna, un palazzo dormitorio. Decine di fibestre. Decine di realtà. Una di esse sta vivendo un dramma. La violenza domestica esiste e come un cancro pericolosamente colpisce, giorno dopo giorno. Fuori la vita continua a scorrere ignara.

Antonio Sarti 11 mesi fa

Il traballante confine tra amore e violenza corre su una linea sottile e non perfettamente definita come l’effetto sfocato della scena d’apertura; il ritmo prima lento e successivamente sempre più accelerato sembra voler marcare il segno sulla velocità con cui l’amore può trasformarsi in un sentimento possessivo e dominante, finché con l’apparire della cruda realtà anche il ritmo del corto torna a velocità reale. La scelta della panoramica sull’edificio rende drammaticamente evidente che tutto ciò può capitare a chiunque, nell’indifferenza di tutti gli altri.

Annibale Di Leo 11 mesi fa

L’ acte Inspirare/Silenzio/Espirare Inspirare/Silenzio/Espirare Inspirare/Espirare Inspirare/Respirare Inspirare/Respirare Un sospiro sempre più veloce, sempre più sensuale, sempre più passionale, avvolgente ma in un attimo si passa in un assordante crepitio dell’anima umana, il sordo crepitio che ci travolge in una forte collisione Inspirare/urlare Inspirare/divincolarsi urlare/divincolarsi ma il respiro, la voce, il corpo è strozzato con violenza. Silenzio/Silenzio Inspirare/Silenzio. Silenzio che Perez vuole farci auscultare, con uno stetoscopio, compenetrando le mura domestiche di un tranquillo condominio popolare. Auscultando in profondità si possono scoprire i mali del nostro perfetto mondo quotidiano. l’Acte è l’atto d’accusa che lancia Perez in maniera intelligente sulla sordità della società, su quanto accade al suo interno, di cosa succede ai nostri vicini nell’ indifferenza, di come non ci prendiamo cura degli altri oppure in maniera ancor più grave come noi stessi possiamo permettere violenze su di noi . Inspirare/espirare/ urlare Inspirare/espirare/urlare Urlare/urlare il nome del carnefice alle autorità. Perez erge il suo “J’accuse” ma tu lo farai a tua volta ?

Andrea Paracchini 11 mesi fa

Il silenzio, al cinema, lo si crea tramite il suono. Ciò che rende questo brevissimo cortometraggio così efficace è proprio la maestria del regista di controllare i suoni (e i rumori) che accompagnano il climax delle immagini. Si passa dall’intenso respiro esalato affannosamente dalla bocca invasiva che occupa tutto lo schermo, al rumore crescente di una tempesta che, come un uragano, si sta per abbattere sugli spettatori. Il regista inganna il pubblico mostrando dapprima l’universo erotico del corpo, sezionato come se fosse sottoposto alle lenti di un microscopio, dettaglio per dettaglio (bocca, labbra, denti, occhi, capelli, pelle, seno e collo), per poi riportarci alla nuda e cruda realtà, tramite un vigoroso stacco nell’inquadratura, che passa da strettissimi dettagli ad un totale. L’atto che si sta perpetrando davanti a noi è brutale e il pubblico, inerme, subisce passivamente la prevaricazione animalesca dell’uomo sulla donna, immobile, così come immobile e silenzioso è l’agglomerato di case, il contenitore complice che nella sua staticità simboleggia l’impassibilità dei più nei confronti di una tematica ancora tremendamente attuale quale è la violenza domestica. Se una buona opera d’arte è quell’opera in grado di comunicare a più livelli, allora “L’Acte” sfrutta sapientemente ed abilmente i diversi linguaggi che il cinema è in grado di racchiudere. Oltre alle immagini, elegantemente mostrate tramite un contrasto tra slow-motion e velocità normale, e tra l’alternanza di inquadrature strette e campi totali, è il sonoro che gioca una parte di contorno fondamentale: il mondo del di fuori è in quiete durante la tempesta, poiché la sofferenza umana è soffocata in quell’agglomerato di case omogenee in cui si è troppo sordi per sentire. Alexander Perez sceglie un titolo non-nominale, “L’atto”, come se volesse imprimere un’etichetta qualunque criticando l’ipocrisia della nostra società, in grado di catalogare ogni cosa tramite parole ammalianti ed ipnotiche, ma che poi, quando chiamata all’agire, preferisce rifugiarsi dietro una delle tante asettiche finestre oltre le quali tutto è concesso.

Elena Vitrano 11 mesi fa

L’Acte di Alexandre Perez è un cortometraggio dalla trama tanto affilata, quanto attuale. Urlo soffocato tra le mura, silenzio assordante al di fuori. Lei preda. Lui bestia. Lei indifesa, dentro la paura e il terrore. Lui violento, affamato di tutto questo. Un copione da varianti molto simili, spesso tragiche, esenti dal lieto fine: la donna giacerà ferita in un angolo, con lacrime amare ed eterne nelle vene; l’uomo si ergerà vincente oltre le mura, si leccherà i baffi e tornerà a confondersi nel silenzio assordante. Sono entrambi colpevoli. Difficilmente lei tirerà fuori le unghie per rivendicare la sua dignità violata; difficilmente lui diventerà preda della giustizia, restando quindi una bestia affamata.

Francesco Cerminara 11 mesi fa

Uno dei cortometraggi più dolorosi del concorso. Un dito si strofina su una bocca, una mano tocca un pezzo di vestito e poi stringe un seno. Alexander Perez semina solo dettagli nei primi secondi dell’opera. Non è solo il tatto ad essere stuzzicato. L’inquadratura ha per così dire il sottofondo musicale di un respiro affannato. Un uomo e una donna stanno per concedersi un momento di passione? Quando il campo visivo si allarga, e i due protagonisti sono ripresi di spalle e per intero, la verità è molto più cruda. Lo spettatore vorrebbe sapere cosa succederà in quella casa, ma gli autori rompono il pathos. Stacco e panoramica esterna dedicata a un normale condominio. Tutto finito per gli occhi, solo l'immaginazione può continuare a lavorare. L'ACTE ha una messa in scena che toglie il fiato. Quasi quanto il potere ingannevole del cinema.

Luigi Menna 11 mesi fa

Il tempo di una carezza e il corpo si ritrova a vivere l'emozione di un gesto d'amore mai dimenticato....ma è così breve che l'illusione ingannatrice subentra tra il prima e il dopo. Il tempo di una stretta energica e violenta e il corpo è in preda agli spasmi tragicamente conosciuti. Vittima e carnefice, una volta amanti, si ritrovano a condividere in "un luogo non luogo" gesti mai e poi mai concordati..., tutto mentre fuori scorre la vita grigia, come le anime di chi non vuol sentire e vedere..

Tiziano Angelo 11 mesi fa

Una bocca sfocata, il nulla del silenzio interrotto bruscamente da un respiro e i sensuali dettagli di un corpo: inquadrature strette, capaci di estraniare piacevolmente lo spettatore dal mondo circostante, poiché un piacere illusorio è senz'altro più rassicurante di una grigia realtà. Queste sono le sensazioni che Alexandre Perez trasmette, illudendo chi le vive, attraverso i primi dilatati istanti de L'ACTE. Poi, il doloroso ritorno alla realtà: basta dettagli, basta respiri, basta astrattismi; ribaltando improvvisamente il campo visivo, attraverso il montaggio si supera violentemente il sottile confine tra passione carnale e violenza, tra suggestione e frustrazione, tra utopia e disillusione. Un'inquadratura larga è sicuramente più adatta a mostrare un mondo che non è come si vorrebbe; un mondo che possiamo trovare nella sua interezza all'interno di una cucina poco illuminata, un mondo che inizia e finisce lì. Crescono la brutalità e il senso d'impotenza al crescere dei gemiti di sofferenza. Infine, l'autore trova la forza di catapultarci in una terza dimensione: quella degli schemi, della regolarità, della calma apparente evidenziata dalle case tutti uguali, da chi passeggia tranquillamente nel cortile e dai suoni della natura. Ancora una volta, il montaggio sonoro si dimostra decisivo. Il mondo, come è normale che sia, finge di non sentire chi soffre e chi vive il proprio inferno interiore tutti i giorni. L'ACTE, in meno di un minuto e mezzo, è capace di lasciare lo spettatore con questo inquietante senso di calma nella pancia e nella testa. Un'opera intensa e travolgente, i cui dettagli fanno la differenza.

Massimiliano Carvelli 11 mesi fa

Pochi attimi con particolari sonori e di immagini che diventano simboli preziosi ed essenziali per poter capire ed essere catapultato nella storia e nel suo significato ed essere di conseguenza avviato ad interpretare senza sforzare eccessivamente la fantasia...Il tema la violenza domestica ben suggerito dal contrasto tra la delicatezza iniziale della vittima indifesa ed impaurita e la successiva aggressività del suo rude carnefice, mentre l'improvviso silenzio assordante della comunità di riferimento da il senso della cruda denuncia ed il colpo di grazia finale.....Buon lavoro di costruzione breve,intenso ed efficace...promosso!

Gianluca Papadia 11 mesi fa

L’ACTE trasforma lo spettatore in un’equilibrista. Ti senti leggiadro sulla corda sottilissima del piacere carnale ma all’improvviso scopri il baratro che c’è sotto di te. Ti assale il terrore. Un geniale cambio di prospettiva che trasforma il piacere in violenza, quella più cruda, quella inconfessabile, quella domestica. Ti senti solo dinanzi all’orrore e il condominio che, nello squallore della routine, finge di non sentire, fa più paura di tutto.

Vittoria Meoni 11 mesi fa

Perez affronta in questo cortometraggio il tema tristemente attuale della violenza domestica in modo magistrale, riuscendo in poco più di un minuto a colpire lo spettatore dritto allo stomaco, lasciandolo sospeso, in balia di uno struggente senso d’impotenza. “L’acte”, il titolo del corto, campeggia sullo sfondo della prima inquadratura per poi svanire, rivelando un paio di labbra rosse, socchiuse e sfocate, e sia l’immagine iniziale sia i respiri femminili spezzati in sottofondo ci fanno intuire la natura dell’atto a cui stiamo assistendo; la sequenza in slow-motion dei dettagli di un corpo femminile (un occhio truccato, il bordo del reggiseno, un lembo di pelle) non fanno altro che rafforzare questa intuizione. La prima cosa che ci colpisce è la straordinaria qualità della fotografia, nitida, dall’illuminazione fredda ma dai colori saturi. L’inquadratura si sposta su una mano maschile che stringe un seno, e tutto sembra convogliare là dove avevamo previsto, quand’ecco che arriva la scena rivelatrice: la mano, sempre in slow-motion, sale fino a cingere il collo della donna protagonista, seguita da un’altra mano che la afferra per la bocca. La suspense lascia spazio alla rivelazione che ciò a cui si sta assistendo non è una scena di passione - rivelazione che va a colpire impietosa lo spettatore in un brevissimo lasso di tempo, ancor prima che questi realizzi consciamente il suo errore di valutazione. Difatti la Spannung della vicenda non ci sconvolge quanto dovrebbe: la bolla sonora in cui rimbombavano i gemiti viene infranta da singhiozzi disperati, la slow motion sui particolari scompare in favore di due corpi in contrasto in una cucina, ma noi in realtà già avevamo capito che quei respiri spezzati non erano gemiti, così come già sapevamo che quelle mani sul collo e sul volto erano un preludio alla violenza. Dall’interno dell’appartamento nel quale tutto si svolge, la videocamera del regista ci porta fuori, allontanandosi tramite una breve serie di inquadrature del palazzo (solo due per l’esattezza), che hanno la funzione non tanto di frammentare lo spazio a scopo descrittivo quanto quella di farci cadere nello sgomento: il mondo fuori dall’edificio è silenzioso e statico. Non c’è traccia visibile della violenza fuori da quell’appartamento, pertanto nessuno giungerà in soccorso e tutto rimarrà invariato. In conclusione, quella che credevamo essere una scena d’amore in realtà era un abuso sessuale, e l’avversione che proviamo per questo gesto, unita ad un effetto sorpresa ben riuscito, ci lascia di stucco, con l’amaro in bocca, come testimoni che non potranno mai parlare, nella quiete apparente di un cortile come tanti.

Alessandro Arpa 11 mesi fa

Una sinfonia stonata di gemiti, una lussuriosa traversata in oceani di carne. Questo è L’acte di Mikael Deleau, l’epitome dell’amore perverso, della depravazione che divora la purezza. Nei particolari, che compongono la prima parte del cortometraggio, l’antipasto all’exploit della copulazione viscerale finale, si respirano sconfortanti odori che rimandano alla perversa filosofia di De Sade. Docili sadismi e barbare ostentazioni dominano l’opera. Ed a vincere è la forza irrazionale del sesso, la possessione carnale dell’altro. Trionfante, l’uomo domina, ancora una volta, il corpo indifeso della donna. E le ombre della silenziosa cucina si fanno fitte e cominciano ad invadere i corpi, siglandone l’inevitabile caduta nelle tenebre del peccato. Le urla si trasformano in esili ed inutili appelli d’aiuto. Nel seno brancicato avidamente, le labbra carnose e seducenti, quella mano che stringe la gola, si leggono geroglifici che compongono un’antica stele d’immoralità. Sono segnali chiari che introducono la tragedia finale: lo stupro. L’acte è l’ennesimo dramma domestico traumatizzante e scioccante. Una storia casalinga che muore in quelle quattro mura impastate di disperazione e maschili impudicizie. Ma è anche il più limpido esempio di quella poetica dell’imperturbabilità della quotidianità, la sensazione per cui tutto ci è indifferente se non tange la nostra persona. Il brevissimo corto (1’) si chiude con le immagini fisse di un condominio anonimo. La mancanza di dettagli che possano caratterizzare il luogo rende universale la storia. Il tempo ed il luogo appaiono volontariamente nebulosi. Ciò che resta è l’atto violento, qualche brandello d’anima scagliato per la cucina ed una bellezza scalfita. Costretta a galleggiare nell’angoscioso ricordo è la donna, di cui lo spettatore non conosce né il viso né l’identità. E mentre per gli altri, la vita inesorabilmente scorre, per lei, si è fermata, congelata perpetuamente nella memoria di un abuso.

Nicolò Grascelli 11 mesi fa

La realtà, si sa, supera sempre la fantasia. In questo caso questo proverbio porta con sé qualcosa di scioccante, di conturbante, di agghiacciante: l'atto narrato nel cortometraggio di Mikael Deleau porta lo spettatore a chiedersi cosa sia diventata la società umana. Ci avevano già provato tantissimi artisti a narrare la massificazione e i traumi (psichici e non) che questo comporta, ma nel caso di Deleau, si assiste a qualcosa di insolito, perché fuori dal politically correct: è questo che ci lascia conturbati. Il cortometraggio, nonostante la sua brevissima durata (poco meno di due minuti, compresi i ringraziamenti), scava nel profondo di ognuno di noi e ci mette a nudo dei nostri traumi e delle nostre debolezze: è come se fosse uno specchio di fronte al quale ci sentiamo inermi e impotenti, ma che purtroppo ci dà l'esatta immagine di noi stessi. Montale scrisse in una sua famosissima lirica che la vita è uno “scialo di triti fatti”: è vero e il film di Deleau lo mostra con suprema maestria. La poesia, la bellezza e la reverie con cui si apre lascia piano piano il posto alla realtà, sempre più straziante e conturbante. Le domande che lo spettatore si pone vengono sempre disattese: la protagonista del film, infatti, non si sta svegliando dal sonno; non è preda agli amplessi dell'amore e del piacere coniugale o pseudo-tale (o se è amore, è un aore malato, possessivo e “maschilista”) e non è nemmeno nel suo letto o in un posto che suscita intimità e voglia di tenerezza. No. La ragazza è in cucina, si divincola perché l'uomo, il suo stupratore, la sta violentando. L'atto, come detto all'inizio, è uno dei più perversi e raccapriccianti: un atto abominevole. Ma nella società di massa, dove le case e gli appartamenti sono tutti uguali, questo è solo un altro trito fatto che passa, scorre e si butta nel caotico magma della vita. Tutto scorre, sembra essere la tesi del regista: anche la vita di una povera ragazza, stuprata nella sua cucina, mentre il resto del mondo se ne frega.

Stefano Sansoni 11 mesi fa

Surrealismo estremo Dai contorni accoglienti di una desolata periferia La fotografia di questo cortometraggio ci insegna che niente somiglia a quello che si crede Dal piccolo dettaglio al rumoroso afflato di un respiro Molto tagliente

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