La truffa dei Logan – La regia di Steven Soderbergh

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

Swiff…Swiff….

Fanno un rumore lieve e vibrante le grosse supposte di plastica imbottite di banconote che solcano i condotti pneumatici sotto il circuito del Charlotte Motor Speedway dove si sta tenendo una corsa automobilistica sponsorizzata dalla Coca-Cola.

Swiff…Swiff…

Il denaro, circola, naviga, scivola. Viene prelevato nei più svariati punti-vendita dell’autodromo, sparato nei condotti pneumatici e infine depositato in un caveau sotterraneo che fa pensare alla vasca aurea del Paperone disneyano. Solo che quello accumulava monete d’oro, qui si accumula carta moneta. Mai visto tanto denaro contante in un film recente. Nell’era dell’immateriale, delle credit cards e dei bitcoin, Steven Soderbergh gira un film deliziosamente vintage, ancorato alla materialità dell’esistenza, e popolato da anti-eroi che sembrano in rotta di collisione con il loro tempo. I fratelli Logan – uno zoppo, un monco e una shampista – sono l’incarnazione emblematica della working class della provincia americana contemporanea: cacciati via dal lavoro (il film inizia con il licenziamento del fratello zoppo), abituati a vivere “senza cellulare, senza gps, senza social”, eredi di una maledizione familiare che li vuole comunque sfortunati e perdenti, cercano un possibile riscatto non attraverso un voto di protesta e di rancore (siamo in West Virginia, uno degli stati più filo-Trump di tutti gli States), ma organizzando un colpo grosso proprio nei sotterranei dell’autodromo. “È un po’ come rapinare l’America!”, dice uno di loro. E il film di Soderbergh racconta appunto questa loro impossibile sfida. Siamo all’ennesima variazione sul tema del “colpo grosso”?
All’ennesimo heist movie dopo i successi di Ocean’s 11,12,e 13?
Sì e no. Perché qui Soderbergh si sbarazza dei rapinatori glamour alla George Clooney, elegantissimi e professionali, per mettere insieme invece dei criminali da strapazzo, in apparenza inetti e maldestri, ma alla fine dotati di una loro stralunata e surreale genialità organizzativa.

La truffa dei Logan funziona un po’ come la rapina che mette in scena. La regia di Soderbergh è piena di scarti, di rotture, di azzardi, ma alla fine va a segno proprio per questo. Ad esempio, si permette il lusso di ingaggiare un’attrice due volte premio Oscar come Hilary Swank e di farla entrare in scena dopo più di un’ora e mezzo, a soli venti minuti dalla fine. Oppure di prendere un divo come Daniel Craig, con tutto il carisma che gli deriva dall’essere lo 007 del nostro tempo, e di farne un galeotto forzuto, ossigenato e tatuato (Joe Bang, si chiama il personaggio…), che disegna formule chimiche sul muro prima di cercare di far esplodere il caveau con una bombetta artigianale costruita chiudendo in un sacchetto di plastica due matite di candeggina, un po’ di sale finto e tanti orsetti di gomma caramellosa. Soderbergh si diverte. L’autore di Ocean’s 11 – che questa volta firma in prima persona anche fotografia e montaggio, senza nascondersi dietro pseudonimi come ha fatto in altre occasioni – ride sotto i baffi. Come quando – all’apice della rapina – fa aspirare la protesi di plastica del fratello monco (che ha perso il braccio in Iraq) e la fa finire nel condotto in cui invece doveva essere aspirato il denaro. Criminali da strapazzo, davvero. Ma poi è proprio a partire dalla loro sfacciata inadeguatezza che Soderbergh costruisce una vera e propria epopea dei loser, dei perdenti, dei blue collar, di quelli condannati a lavorare sottoterra, e a non potersi permettere nemmeno il lusso di un sogno.

E mentre il denaro circola, scivola e scorre, il film fluttua con lui. È un film pneumatico, La truffa dei Logan. Si gonfia e si sgonfia. Si proietta continuamente da un registro all’altro. Lo scopri tragico mentre stai sorridendo, ti fa sorridere mentre ti dice cose terribili. Come se fosse un film di rapina anni Settanta – di quelli di Don Siegel o di Richard Brooks – ma diretto da un allievo di Woody Allen. E alla fine, con tutte quelle banconote che svolazzano, ti fa venire in mente The Killing – Rapina a mano armata di Stanley Kubrick: perché sia pure su registri diversi, e a partire da visioni totalmente differenti, entrambi rendono omaggio all’umanità di quelli che nella vita (o al cinema) arrivano sempre secondi. O non arrivano affatto.

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