La stanza delle meraviglie – La regia di Todd Haynes

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 1 minuti

Ci vuole pazienza.

Lo dice – nel finale – il personaggio interpretato da Julianne Moore al ragazzino che finalmente l’ha trovata, dopo una lunga disperante ricerca, in una vecchia libreria di New York. Poco prima il regista Todd Haynes (Lontano dal Paradiso, Carol, ma anche Velvet Goldmine) aveva accompagnato il suo ingresso in scena con le note solenni e roboanti di Così parlò Zaratustra di Richard Strauss, quasi a suggerire che lei – in questo film – è un po’ come il monolite in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. Quando appare, c’è un salto della conoscenza. E noi facciamo un passo avanti verso Dio. O il nulla. Lei – occhi lucidi, cuore in tumulto – accompagna il piccolo Ben (fuggito dalla natia Gunflint, in Minnesota, per cercare il padre che non ha mai conosciuto) nel Museo del Queens, di fronte al Diorama di New York costruito per l’esposizione universale del 1964 (un modello in scala di tutta la New York di quegli anni, di una bellezza commovente). E li, di fronte al plastico della città che è una delle tante “stanze delle meraviglie” del film, riannoda per lui (e per noi) i fili della storia. O delle storie che si sono intrecciate, inseguite, ingarbugliate, sfiorate, annodate e snodate dall’inizio del film.

Ci vuole pazienza. Ci sono film che possono farne a meno, della pazienza. Film che puoi divorare con la fretta e l’avidità di un adolescente a digiuno da due giorni di fronte a un hamburger McDonald’s. O con la voracità di un tabagista in crisi di astinenza che mette finalmente le mani su una sigaretta. Qui no. La stanza delle meraviglie non è un film per spettatori avidi o voraci. Se siete impazienti, girate al largo. Se avete fame di “realtà”, astenetevi. Se cercate un ordigno narrativo perfettamente congegnato, secondo le regole canoniche dei manuali di sceneggiatura, di quelli che piacciono tanto alla maggior parte dei critici, lasciate perdere. Qui ci vuole pazienza. Qui ci vuole stupore. Ci vuole la capacità di spogliarsi di tutte le sovrastrutture con cui ce la tiriamo nella vita per riconquistare la purezza dello sguardo di un bambino. Perché La stanza delle meraviglie – l’ha detto il regista – è un trip lisergico per bambini.  Se odiate i trip e il bambino che è in voi, per favore, smettete di leggere e dedicatevi ad altro.

Se invece un po’ di bene l’avete ancora, per il bambino che è in voi, e se avete pazienza, e se vi attraggono i trip, venite avanti in punta di piedi e troverete una festa per gli occhi come di raro vi è capitato al cinema. Perché non è altro che il cinema, La stanza delle meraviglie evocata nel titolo. E Todd Haynes – da sempre cantore di amori impossibili – qui celebra il più impossibile degli amori: quello fra noi umani e le ombre, gli spettri, i lupi, gli incubi, i fantasmi, i segni di cui il cinema si è nutrito (e ci ha nutrito).

Delle due l’una: o sarà coup de foudre, o sarà fastidio, indifferenza, perplessità. Sulla sceneggiatura scritta da Brian Selznick (già autore di Hugo Cabret) a partire da una sua graphic novel, Haynes orchestra un partitura per suoni e immagini, con pochissime parole (i protagonisti sono quasi tutti o sordi o muti), che va avanti e indietro nel tempo, salta dal bianco e nero degli anni Venti ai colori acidi degli anni Settanta, mescola diorami e musei di storia naturale, chiama in causa l’amatissimo David Bowie (Space Oddity) e le dive del cinema muto, e poi shakera collezionismo e archivio, album di figurine e musei, fulmini e meteoriti, pupazzetti da presepio e attori in carne ed ossa, accumulando una trovata visiva dietro l’altra, in un torrenziale piacere di narrare che magari deraglia pure ma abbaglia e attanaglia nel suo accatastare disegni segreti e barchette rimbaudiane perdute negli stagni della vita e ancora occhi lucidi e padri persi e madri morte e morti che resuscitano e selve di destini incrociati che ti tolgono il fiato e ti incantano con la loro bellezza.

Non importa se avete capito poco della trama. Stavolta non volevo che capiste. Volevo che capiste che ci vuole pazienza. E che non è da tutti averla. Come si dice all’inizio del film: “Giacciamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle”. Non tutti, purtroppo.

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