La ragazza nella nebbia – I costumi di Patrizia Chiericoni

di Gianni Canova

Non se lo leva mai.

Neanche quando convoca i giornalisti per una conferenza stampa.

Dall’inizio alla fine di La ragazza della nebbia – il film che Donato Carrisi ha tratto dal suo omonimo romanzo – l’ispettore Vogel, interpretato da Toni Servillo, indossa il suo elegante cappotto scuro sopra un impeccabile abito nero. Anche se siamo in montagna, d’inverno, fra nebbia e gelo, Vogel è elegante come se dovesse presenziare a una cerimonia. Nel romanzo da cui il film è tratto, qualche volta Vogel si cambia. Ci sono un paio di pagine in cui cura l’abbigliamento quasi come Richard Gere in American Gigolò: studia gli accostamenti cromatici, le trame dei tessuti, gli effetti di stile. Nel film, invece, fa del cappotto una sorta di divisa. O di costume di scena. Perché Vogel recita. Simula. Trama. Per lui, il problema non è accertare la verità, ma consegnare un colpevole alla ferocia dei media e dell’opinione pubblica. Per questo è disposto a tutto. Anche a “forzare” i fatti. A fabbricare fake news. Sempre pronto a rilasciare interviste. A rispondere alle domande dei cronisti. A recitare una parte. L’abito per lui è importante proprio per questo: perché vive come se fosse perennemente nel salotto di Porta a porta. E perché sa che ognuno è prima di tutto ciò che appare. Vale per chiunque, anche per lui. Tanto che proprio all’inizio del film (che però coincide con la fine dell’indagine) si tradisce per qualche goccia di sangue sulla sua elegantissima camicia bianca. Quelle macchioline sul suo “costume di scena” tradiscono qualcosa. Pongono domande. Suscitano dubbi. Patrizia Chericoni (storica costumista di Gabriele Salvatores, da Io non ho paura a Educazione siberiana) ha fatto un lavoro davvero importante per caratterizzare i personaggi con gli abiti che indossano. Fateci caso: ad Avenchot, il piccolo villaggio di montagna dove il 23 dicembre scompare misteriosamente una ragazzina di 16 anni dai capelli rossi, la cravatta la indossano solo i personaggi che vengono da fuori (Vogel, l’ispettore Borghi, l’avvocato Levi, lo stesso prof. Martini di Alessio Boni, arrivato in paese solo da pochi mesi). Gli altri – gli “autoctoni” – indossano invece “costumi” più consoni al luogo (maglioni di lana grossa, giacche a vento, camicie scozzesi a quadrettoni), declinati su una gamma cromatica che esplora di preferenza tutte le sfumature del marrone (marrone-corteccia, marrone-castagna, marrone-tabacco, marrone-foglia morta, marrone-caffè) o del verdone (verde-pino, verde-abete, verde-muschio, e così via). La nebbia ha segnato i volti dei personaggi, li ha resi opachi, biancastri, privi di luce. E gli abiti confermano una sorta di mimetismo ambientale, come se tutti si nascondessero nell’ambiente, come se fossero concrezioni di Avenchot e dei suoi misteri. I colori squillanti sono pochi, nel film e nel mondo che Carrisi sapientemente mette in scena. Ma quando ci sono, le poche volte che appaiono, ci offrono indizi imprescindibili. Ne volete uno? Fate attenzione al rosso. Non solo perché è il colore dei capelli di Anna Lou, la ragazzina scomparsa. Ma perché la chiave del mistero ce l’hanno gli unici due personaggi che nel corso del film – guarda caso – indossano qualcosa di rosso.

Non vi dico chi sono per non spoilerare. Ma è proprio il caso di dire che Carrisi e Chiericoni hanno saputo lavorare sui costumi applicando la lezione dei grandi autori del noir americano. Anche il Sam Spade di Bogart, in fondo, non si levava mai il suo Borsalino.

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