La leggenda di Tarzan – La recitazione di Christoph Waltz

di Gianni Canova

Sembra una corona del rosario. Un oggetto devozionale. Un amuleto protettivo e scaramantico. Invece, è tutt’altro: un’arma, uno strumento di offesa. Il capitano Léon Rom lo porta con sé dall’inizio alla fine di La leggenda di Tarzan, avvolto intorno al polso, con l’estremità ad uncino infilata fra l’indice e il medio della mano destra. “E’ una chele di ragno del Madagascar!”, dice lui stesso. Quando la sfila dal polso, e colpisce, è micidiale: di volta in volta lazo o garrota, diventa il dettaglio oggettuale su cui è costruito tutto il personaggio. Perché il capitano Léon Rom di Christoph Walz è davvero tutto in quell’oggetto: affilato, spietato, letale. Ma, a suo modo, anche elegante, impeccabile, formale. Hanno detto e scritto in tanti che si tratta di un personaggio stereotipato, di un vilain troppe volte visto e troppo simile ai “cattivi” che Waltz ha interpretato in passato per Quentin Tarantino o in Spectre. Sarà anche vero. Ma c’è stereotipo e stereotipo. E qui la costruzione dello stereotipo è pressoché perfetta (ci sono anche stereotipi costruiti male, e che non riescono ad essere tali…). Prima di tutto Léon Rom è un personaggio storico realmente esistito ed è ricordato da molti come l’incarnazione più feroce del colonialismo belga in Congo: qualcuno lo paragona addirittura al colonnello Kurtz di Cuore di tenebra di Conrad. Rappresenta insomma il volto feroce della civiltà occidentale: perché Rom è un personaggio fin troppo civile rispetto alla brutalità primitiva del contesto in cui si trova ad agire. Nel film di David Yates (che arriva a Tarzan da Harry Potter, avendo diretto gli ultimi quattro film della saga del maghetto di Hogwarts) Rom ha i capelli brizzolati, un paio di baffi curati come quelli del suo compatriota belga Hercule Poirot (anche se non arricciati…) e indossa in mezzo alla giungla un impeccabile completo di lino banco con una cravatta turchese accompagnato da un elegantissimo Panama sempre in testa e – appunto – dalla chele di ragno avvolta intorno al polso. Come Indiana Jones (e come tanti eroi o antieroi dei film di avventura) entra in scena di spalle, ed è lui – non a caso – il primo personaggio che entra in scena. Waltz lo caratterizza con una recitazione minimale pressoché perfetta: sguardo gelido, mobilità facciale ridotta all’osso, qualche impercettibile battito di palpebre, a segnalare un controllo totale delle emozioni e la freddezza del calcolatore disposto a tutto pur di conquistare quello che vuole (i diamanti del Congo). Immerso in un mondo naturale selvaggio ma vitale, il personaggio di Christoph Waltz incarna la sterile brutalità dell’occidente e la ferocia calcolatrice della razionalità. Ruolo facile? Da fare con il pilota automatico? Non proprio. Solo chi ha un’idea “teatrale” dell’attore cinematografico lo può pensare. Il valore del lavoro di Waltz si vede dai dettagli. E ci sono almeno due scene in cui il minimalismo recitativo dell’attore è davvero efficace: nella scena in cui Jane (Margot Robbie) gli sputa in faccia e lui riesce a non muovere neanche un micromuscolo facciale (pare che la scena sia stata ripetuta almeno 10 volte, e Waltz avrebbe dichiarato di essersi stupito per la quantità di saliva che l’attrice riusciva ogni volta a eiettare sul suo volto) e nella scena in cui al termine del pranzo forzato sul battello dove Jane è tenuta prigioniera lui – furente – fa portare via la donna dai suoi servi e poi rimette le posate di lei nella posizione corretta sul piatto. Il modo in cui lo fa esprime il compulsivo bisogno di ordine del personaggio. La sua nevrosi ossessiva. Il suo celare sotto l’apparenza civile e razionale pulsioni furenti e bisogno di dominio: sugli altri, sugli oggetti, sulla natura, sulle persone. L’essenza del colonialismo in fondo è questa: e Waltz la mette in scena con una superba economia di mezzi. Ma c’è un’ultima scena in cui Waltz è perfetto: il finale. Senza rivelare nulla a chi non avesse ancora visto il film ,dico solo che il vero protagonista non è più né Rom né Tarzan ma la “chele di ragno del Madagascar”: è la prima cosa che abbiamo visto all’inizio del film, è l’ultima che vediamo alla fine. Quella che decide il destino dei personaggi. Basterebbe questo a dire la bravura di Waltz: costruire un personaggio che lascia a un oggetto il vero ruolo di protagonista.

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Dany Dantina 9 mesi fa

Ciao, non ho ancora visto il film (che, di per sé, non m'interessa), ma la presenza di Christoph (del quale sono un po' - eufemismo - innamorata, dato che lo trovo straordinariamente affascinante) mi sta tentando sempre più. Egli è un attore dotato di talento e carisma, a parer mio possiede una grandissima sensibilità artistica e una splendida cura del dettaglio - cose che mi paiono evidenti in ogni sua interpretazione (dal monumentale Hans Landa al campione di maleducazione del polanskiano "Carnage", passando per l'esilarante Chudnofskij e per l'adorabile Dr. King Schultz); dunque leggere queste parole non può che farmi piacere. Mi spiace solo che, condizionato dal fulminante e geniale "esordio" tarantiniano, le produzioni lo costringano solitamente a personaggi melliflui o borderline (e qui mi riferisco al Walter Keane di "Big Eyes"): secondo me, avrebbe ancora molto da offrire, anche in ruoli meno strabordanti e magari lontani dal cosiddetto, lucasiano, "lato oscuro" ... Grazie per il bel contributo! :)

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