La La Land – Il montaggio di Tom Cross

di Gianni Canova

Io avrei voluto applaudire già al termine della prima scena: uno dei piani sequenza più incredibili di tutta la storia del cinema.
All’altezza del mitico piano sequenza di L’infernale Quinlan di Orson Welles, quasi meglio delle gimkane teatrali in piano sequenza di Birdman.
Perché qui, in La La Land, anche solo con un piano sequenza così, il cinema diventa coreografia, geometria, ritmica, acrobatica, visual design, coloristica, urbanistica, cinetica, chimica, body fashion, biodinamica e vedutistica socio-cinefila tutto insieme.

Cos’è un piano sequenza?
Avete ragione, scusate. È una ripresa in continuità effettuata senza stacchi di montaggio.
Difficile da fare. Difficilissimo. Perché esige un coordinamento pazzesco fra tutti i membri della troupe, il cast, le comparse, le entrate e le uscite di scena, e così via…
Tanto più difficile se lo ambienti in mezzo a un ingorgo automobilistico su una delle highways di Los Angeles: sembra l’inizio di 8 ½ di Fellini, con i personaggi chiusi nell’abitacolo delle loro auto.
Per liberare Mastroianni, Fellini doveva far entrare in scena il vento che portava via Marcello e lo faceva volare tra le nuvole, invece Damien Chazelle (32 anni!!!!) fa uscire dall’auto prima un personaggio, poi un altro, poi altri ancora, e comincia ad andare su e giù con la macchina da presa, aggiungendo sempre nuove comparse, volando sopra di loro, poi scivolando rasoterra, sempre senza stacchi, su e giù, avanti e indietro, con un dinamismo, un senso del tempo e del ritmo, una capacità di creare movimento e visione che lascia a bocca aperta, abbandonando un personaggio, poi seguendone un altro, senza sosta, facendo muovere decine e decine di ballerini all’unisono con la musica,
fino alla conclusione del movimento, quando tutti risalgono simultaneamente in auto, facendo sbattere la portiera, con un rumore secco in perfetto sincrono che sancisce anche acusticamente la fine della sequenza.
Gulp. Respiriamo.

Dopo un incipit così – così travolgente, così perfetto, così cineticamente entusiasmante – uno si chiede: e adesso cosa fa il montatore Tom Cross?
Fa.
E ora provo a dire come fa secondo me.
Provo a dirvi perché secondo me merita l’Oscar per il miglior montaggio dopo quello già vinto nel 2015 con il montaggio del precedente film di Chazelle, Whiplash. Quello era un montaggio sferzante. Secco come una frustata. Incalzante. Frenetico.
Dava il ritmo, scandiva il respiro affannoso del film.
Qui invece il lavoro di montaggio di Tom Cross è più raffinato, forse anche meno immediato, ma è quello che alla fine produce il senso di La La Land.
Come? Vediamo se riesco a convincervi. Nei primi due capitoli del film (intitolati ognuno a una stagione) la sintassi di La La Land è fatta prevalentemente di piani sequenza e Tom Cross li raccorda in modo geniale:piani lunghi e distesi e poi, all’improvviso, due/tre immagini fulminee come una mitragliata.
Un-due-tre: quasi una scossa elettrica, una vibrazione, una successione di martellate: sugli strumenti dei musicisti di jazz, su una coppa di champagne, o sui piatti al fast food.
Sono accelerazioni improvvise, scatti e cambi ritmici molto in linea con la passione per il jazz che anima il protagonista interpretato da Ryan Gosling. Il montaggio improvvisa, scatta, accelera e decelera proprio come la musica adorata dal personaggio di Sebastien.

All’inizio del capitolo intitolato “Estate” il ritmo cambia e si fionda ad esempio in panoramiche a schiaffo velocissime, poi quando i due cantano assieme City of Stars (una delle due canzoni del film candidate all’Oscar) Tom Cross lascia che sia ancora un piano sequenza a unire i due innamorati o a farli volare tra le stelle del Planetario di Los Angeles, dove neanche James Dean e Natalie Wood erano riusciti a andare in Gioventù bruciata
Ma poi – fateci caso – è sempre il montaggio che abbandona e ritrova i personaggi, imprimendo alla storia i suoi ritorni sul già visto, i suoi flashback, le sue sliding doors: non posso dire di più senza spoilerare, ma se vedrete il film vi accorgerete che a volte la storia torna dove era già stata e si chiede cosa sarebbe successo se fosse andata in un’altra direzione.
Ed è il montaggio che trasmette tutto ciò, danzando come Seb e Mia sulle ali di un film che si nutre di cinema e che ci contagia con le sue passioni: “La gente adora le persone che hanno una passione perché le ricordano quello che hanno dimenticato”.
Ecco: La La Land ci ricorda una passione per le immagini (e per il ballo, i colori, il sogno) che avevamo dimenticato.
Che non provavamo dai tempi del bellissimo (e ingiustamente dimenticato) Un sogno lungo un giorno di Francis Ford Coppola.

Su questa strada, La La Land ci fa ritrovare il piacere del cinema e trasmette una dolce, malinconica e danzante voglia di vivere.

Ps: Dopo il primo bacio fra Mia e Seb, il montaggio chiude a iride, come in un musical del tempo che fu. Che delizia: sembra vintage ma è molto di più. E’ un esercizio di riattivazione della memoria, di rianimazione della passione..

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