Noi e la Giulia – la sceneggiatura di Edoardo Leo e Marco Bonini

di Gianni Canova

 

A 10 minuti dalla fine non hai ancora idea di come possa andare a finire. Te lo chiedi. Ti viene da chiedertelo: “E ora, come chiude?”. Ma tutte le porte sono ancora aperte, il finale è ancora nell’infinito dei possibili. A 3 minuti dalla fine credi di aver capito. Pensi che l’epilogo ormai sia quello che non avresti voluto che fosse. Ti stai per rassegnare quando, a 30 secondi dalla fine, un’ulteriore sterzata della sceneggiatura (e non solo di quella…) cambia di nuovo la direzione di marcia della storia e chiude – si fa per dire… – impedendoti di sapere come va a finire.

 

Tra i pregi della sceneggiatura di Noi e la Giulia, scritta dal regista Edoardo Leo in collaborazione con Marco Bonini, c’è anche questa capacità di tenere in scacco le previsioni dello spettatore e di impedirgli di anticipare troppo lo sviluppo della trama. Mica facile. Soprattutto perché Noi e la Giulia è un film che gioca spudoratamente sugli stereotipi, e li assembla con sfacciata nonchalance. Stereotipati i personaggi (la gang di falliti che si concede una seconda chance), stereotipato il soggetto (il sogno dell’agriturismo come concretizzazione della seconda chance), stereotipati gli antagonisti (i camorristi che vengono a minacciare gli aspiranti imprenditori venuti da fuori…).

Tutto così stereotipato che alla fine accade al film un po’ quello che secondo Umberto Eco accadeva a Casablanca: una festa di stereotipi che si ritrovano.

 

In questo sta allora il pregio maggiore della sceneggiatura di Noi e la Giulia: nel fatto che non pretende di essere originale ad ogni costo, non si atteggia, non si pavoneggia, accetta la propria natura stereotipata nel momento stesso in cui la irride e si concede il lusso di rompere sul piano narrativo quegli stessi stereotipi di cui è costituita. Come dire: personaggi così li abbiamo già visti, ma non alle prese con un intreccio così. Di luoghi così (…masserie pittoresche nel paesaggio italiano) è pieno il cinema, ma non vi accadono cose strane come la sepoltura di un Giulia Alfa Romeo nel sottosuolo.

 

Forse, il film di Edoardo Leo piace proprio per questo: per come sa essere innovativo e conservatore allo stesso tempo, e per come innesta l’innovazione su un terreno già ben noto e collaudato, tale da mettere a suo agio anche lo spettatore  più diffidente e malmostoso. Alla fine, nei trenta secondi che mancano alla fine, è come se ci fossimo anche noi, sulla Giulia.

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