La Bella e la Bestia (2017) – I costumi di Jacqueline Durran

di Gianni Canova

Per una sorta di strano ma suggestivo paradosso, una delle tendenze più vistose dell’industria cinematografica di questi ultimi mesi è la materializzazione dei cartoons: capolavori del cinema d’animazione classico vengono rifatti in live action, con attori in carne ed ossa su set non virtuali.

Era successo la scorsa stagione con Il libro della giungla e con Cenerentola, accadrà fra poco con l’annunciato Dumbo di Tim Burton e succede ora con La bella e la Bestia, remake diretto da Bill Condon del musical che nel 1992 non solo fu il primo cartone animato in assoluto a concorrere agli Oscar nella categoria “miglior film”, ma di Oscar ne vinse anche due, quello per la miglior colonna sonora e quello per le canzoni originali firmate da Alan Menken.

Perché paradosso? Perché nell’era del digitale, sempre più dominata dall’espansione dell’immateriale, è singolare che proprio ciò che immateriale lo era da sempre (il cartoon) si riconverta e vada a cercare la carne e il corpo degli attori. Il nuovo La bella e la Bestia è di fatto un calco del cartone animato originario: lo riprende e lo riproduce di scena in scena, con qualche leggera variante. Il prologo, ad esempio, che nel cartoon era affidato al racconto fuori campo di una voice over maschile e risolveva tutto l’antefatto (la maledizione della strega e della rosa) con immagini fisse sulle vetrate del castello, nel film in live action è affidato invece a una voce femminile che ci introduce all’interno del castello per mostrarci il principe narciso ed edonista, incarnazione emblematica della morale libertina del ‘700, impegnato in un ballo di corte con tutte le fanciulle e le signore “più belle del reame”: lui in abito scuro tempestato d’oro, loro – le ragazze – tutte rigorosamente in bianco. Abiti e parrucche sono protagonisti: e non potrebbe essere altrimenti in un film che ha come cuore pulsante la differenza fra essere e apparire. La costumista Jacqueline Durran lo sa bene: specializzata in costumi d’epoca (ha vinto un oscar per i costumi di Anna Karenina ed è stata candidata altre due volte per Orgoglio e pregiudizio e per Espiazione) si rende conto che il suo compito, questa volta, è non inventare nulla e lavorare solo sui dettagli, sulle varianti, sulle sfumature. Così, dopo averci fatto capire nel prologo che siamo nel ‘700, epoca di parrucconi e rivoluzioni, va via di calco filologico e mimetico sui costumi del cartoon del 1992: quando all’inizio Belle esce di casa indossa una camicetta bianca e un vestitino azzurrino esattamente come nel cartoon, ma un’analoga coincidenza c’è anche nella scena della cena con la Bestia, quando è vestita di rosa e bordeaux. Quanto a Gaston, conserva tanto nel film del ’92 quanto in quello di oggi la medesima predilezione per abiti che accostano il rosso e il marrone. Però nella scena al mercato Belle è l’unica a capo scoperto, tutte le altre donne indossano un copricapo (non era esattamente così nel film del ’92) e dagli abiti del padre di Belle la Durran elimina tutte le tonalità del verde che erano invece evidenti nel cartoon. Il finale si riallinea al modello: lei in giallo, lui in azzurro, quasi a trasferire su di lui – come già nel cartoon – le tonalità che inizialmente connotavano lei. Capìta la metafora? Come accadeva per i montatori del cinema classico, che erano considerati tanto più bravi quanto meno rendevano visibile il loro lavoro, così anche la Durran sa, qui, di dover essere invisibile. Nessun taglio, nessuna cucitura a vista. La sua presenza non si deve vedere. E proprio perché in apparenza poco cambia rispetto al film del ’92, sembra davvero che il design dei personaggi del cartoon sia diventato la carne degli attori. E noi possiamo godere del film senza perdere l’incanto che ci aveva regalato il capolavoro di 25 anni fa.

Tags

, , , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema